archivio

Archivi tag: romanzo

Brina /Givre

Brina /Givre

 

Ho trovato alcune pagine. Sulla mia strada. Pagine di un romanzo. Dei fogli. Erano otto pagine dattiloscritte. Un estratto che l’autore stesso mi ha donato, per caso e, o, per necessità. Ero e sono per lui una sconosciuta. Siamo, l’uno per l’altra, degli sconosciuti. E per questo, ignorando tutto di me, ha scelto e composto, per me, un estratto del suo nuovo romanzo, ancora inedito. E me lo ha donato, perché ero sulla sua strada.

Era dicembre, lo scorso dicembre, ma avrebbe potuto essere dieci anni fa. Ho conservato quelle pagine. Mi ci sono avvicinata piano piano. Le ho guardate, le ho lette, infine, non tutto di un fiato, perché non potevo, non mi era possibile. Le ho percorse poco a poco, per brani, nel corso di alcune settimane, intervallate da assenze. Mi ci sono stropicciata gli occhi. Ho navigato a vista dentro di esse, mi ci sono perduta, a tratti. Ho toccato la superficie, vi ho planato sopra. Otto pagine scritte dattiloscritte che erano come crateri di magma raggelato.

Non posso ricostruire la trama. Non avrebbe neppure senso, in questo caso. Ho conservato tuttavia i nomi di tre dei quattro uomini che lo abitano: Lucio, Raymond Mayo, Joao. Joao, lo scomparso, l’assente. Del quarto, l’io narrante, per altre vie, ho saputo l’iniziale, M.

Quando sono arrivata alla fine delle lettura, non ho potuto non scrivere qualche riga. Alcune impressioni. Assolute, perché istintive. Parziali, perché navigano nell’orizzonte di queste poche pagine, non cercando di render conto di niente, di analizzare niente, di provare niente. Intendono essere, se si può parlare di intenzione, solo testimoni di se stesse, e di me stessa, in connessione con le otto pagine.

Adesso, qui, le dico. Le impressioni. Le faccio diventare onda. Le semino sulla strada di qualcun altro.

E rinunciando alla restituzione dell’opera intera – è possibile davvero restituire un romanzo attraverso una critica? -, facendo una bislacca operazione di parzialità, come chi spia da una serratura e non vede che la porzione d’immagine offerta dalla sagoma di vuoto, dimoro tra i frammenti.

Ecco il mio frammento impressionato, di una totalità, il romanzo, che ignoro.

Gli estratti sono accanto a me ed io ho gli occhi pieni di colori.

In fondo c’è il nero – di cui adesso non voglio dire di più – tranne che non è sempre lo stesso, della stessa consistenza. E sopra, in superficie, una superficie ancorata, ci sono i colori, gli altri colori. I bianchi sfumati, dal trasparente del cristallo allo spumoso della neve (amo la parola “givre”, che scivola sui denti arrampicandosi e urtando – ma senza violenza – il palato, e gira in tondo meno dell’italiano “brina”, forêt de givre, foresta di brina), il giallo del deserto, l’arancio, il rosso (io, colpita dal corallo), il mandarino, l’ambra e il grigio – non conosco la ragione, ma non riesco ancora a vedere il colore dell’oceano, che eppure è là, alla distanza di un braccio teso, ma è un orizzonte talmente sommerso dai miraggi, colorati, necessariamente, no? – e poi la densità del porpora…e il (rosa) della tamerice, l’erba brunita, il viola…

Ancora, delle parole geometriche, scolpite, angolose, o rotonde come ciottoli. Parole tridimensionali, sfaccettate, a più facce, piani e strati di materia colorata, e poi la pastosa e tesa materia colorata, dei respiri in colori, puri, che non possono far scomparire il nero, ma deflagrano comunque e tutto, anche il tempo, sommergono.

Ho pensato allora a Mark Rothko.

 

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

 

Gli estratti appartengono al romanzo “Le portique du front de mer”, opera seconda dell’autore francese Manuel Candré (Éditions Joëlle Losfeld). Il romanzo, che trae ispirazione dall’antologia “I segreti di Vermillion Sands” (“Vermilion Sands”, 1971) dello scrittore di fantascienza J.G. Ballard, è uscito in Francia il 16 gennaio 2014.

Annunci

di SIMONA POLVANI – sabato 26 maggio 2012, ore 16.55

ImageLa trasposizione di un’opera letteraria in forma teatrale o cinematografica è sempre un’operazione complessa. Trattandosi di tradurre da un linguaggio ad un altro linguaggio artistico, si ripropone anche per essa il dilemma che vale per ogni traduzione: quanto essa sia fedele (o infedele) rispetto all’originale, ossia in che misura sia in grado di restituirlo e ricrearlo. Ogni trasposizione può tuttavia sottrarsi all’equivalenza e rivendicare una totale autonomia; può ambire in un certo modo ad essere valutata per quanto esprime artisticamente a prescindere dalla sua fonte ispiratrice.
Sono queste le linee direttrici di giudizio con le quali ho affrontato la visione dell’opera teatrale I fratelli Karamazov dal romanzo omonimo di Fëdor Dostoevskij, drammaturgia di Roberta Arcelloni e di Guido De Monticelli, che ne firma anche la regia.
Lo spettacolo, co-produzione del Teatro Stabile della Sardegna e del Teatro Metastasio Stabile della Toscana, è stato presentato in anteprima al Teatro Massimo di Cagliari nell’ambito del I° Festival di filosofia in Sardegna intitolato “La legge la libertà la grazia” curato dai filosofi Roberta De Monticelli e Pier Luigi Lecis.
I fratelli Karamazov, ultimo romanzo dell’autore russo, terminato poco prima di morire nel 1881, come molti altri suoi capolavori, pensiamo all’Idiota o ai Demoni, è un’imponente opera letteraria dalle implicazioni filosofiche per le questioni che pone al proprio centro. L’uomo da una parte deve rapportare la propria dimensione individuale alle dinamiche della società, con l’ordine di valori e le leggi che la reggono, dall’altra non può sfuggire al confronto con una possibile, ma indimostrabile, visione escatologica che implicherebbe una vita ultraterrena, affermata dalla religione cristiana. Da qui la derivazione dei concetti di peccato, innocenza, giustizia, felicità, destino e libero arbitrio, declinati in varie forme spesso antitetiche a seconda che si accetti o si rifiuti l’esistenza di Dio, si sia in possesso o meno della fede e di come la si viva. I personaggi del romanzo, lacerati dai dilemmi della propria coscienza, sono avvincenti, poiché capaci per la profondità di cui li dota l’autore di sentire interamente e di relazionarsi gli uni agli altri con una cifra in cui la ragione mai fa pace con il sentimento e l’animo è comunque combattuto.

Image

Quando entriamo in platea, vediamo una scena in penombra quasi completamente vuota. Su tre lati si ergono tavole di legno scuro quasi frastagliate, o spezzate – solo alcune sul fondo della scena – a disegnare un ambiente chiuso, evitando tuttavia l’effetto mura.
Dalla parete di sinistra si allunga sul palcoscenico un segmento, un tavolo, elemento che scomparirà e apparirà, si trasformerà più volte durante la messinscena anche in modo inaspettato (un altare-catafalco con luminarie ad esempio). Attorno ad esso sono seduti tre dei quattro Karamazov, il padre Fëdor Pavlovič (Mauro Malinverno), credente per interesse, i figli Ivan (Corrado Giannetti), che nega l’esistenza di Dio, e Alëša (Francesco Borchi), novizio presso il monastero retto dallo Stàrec Zosìma (Paolo Meloni). “Dio c’è o non c’è?”: questo l’argomento su cui dibattono sorseggiando alcolici, domanda che attraversa l’intero spettacolo, coinvolgendo molti dei personaggi, in un dialogo – che vorrebbe essere maieutico –  per tesi da sposare o confutare. “Non c’è virtù se non c’è immortalità; se Dio non c’è, non c’è bisogno di virtù”: sarà così che il figlio illegittimo e servo Smerdjakòv (Luigi Tontarelli) giustificherà l’assassinio di Karamazov padre, senza necessità di assumersene la responsabilità, che ricadrà invece sul fratellastro Dmitrij (Fabio Mascagni). “Più riuscirete ad amare, più vi convincerete dell’esistenza di Dio e dell’immortalità”, sostiene lo Stàrec Zosima dialogando con la signora Chochlakov (Maria Grazia Sughi) in una delle scene più interessanti e compiute dello spettacolo. L’amore attivo, gratuito e fattivo, professato dallo Stàrec si contrappone all’amore del sognatore, difeso con un certo cipiglio dalla signora Chochlakov, ossia a quella forma di amore narcisistico che pretende di essere immediatamente pagato con la moneta sonante della riconoscenza: come avviene a teatro – dice padre Zosima- in cui si recita per ricevere gli applausi.

Image

Se la tensione dei protagonisti verso tematiche metafisiche è il fil rouge, ad esso si intrecciano altri fili drammatici più terreni, l’amore e il denaro. Il primo assume vari volti: lussurioso in Fëdor Pavlovič e Dmitrij, che si contendono entrambi la navigata Grušenka (Valentina Banci); devoto e non ricambiato di Ivan per Katerina Ivanovna (Elisa Cecilia Langone), fidanzata tradita di Dmitrij; vendicativo e manipolatorio di Katerina per Dmitrij (la virtù della ragazza ostentata come il suo enorme colletto di pizzo bianco sull’austero abito nero); acerbo, imbronciato e giocoso di Alëša per la giovane Lise (Silvia Piovan). La brama e il potere del denaro, con cui si comprano le persone al pari degli oggetti, è il motore di molte delle vicende e spesso si incrocia con l’onore: dal fidanzamento di Dmitrij con Katerina al legame interessato di Grušenka con i Karamazov, alla vicenda dell’offesa inflitta da Dmitrij al padre del piccolo Iljuša, un vecchio capitano (Cesare Saliu), che rifiuta però di essere risarcito, o meglio comprato, con il denaro offerto da Katerina tramite Alëša – altra scena non priva di interesse-. “E’ vero che i ricchi sono i più forti a questo mondo?”, chiede il piccolo Iljuša al padre che gli risponde “Sì, è vero”, “Allora io diventerò ricco” conclude il ragazzo. Tema che a distanza di oltre un secolo non è certo di minore e bruciante attualità nella nostra società odierna.

Se volessimo giudicare lo spettacolo dalla capacità di dare una sintesi del romanzo, potremmo dire di aver ritrovato la trama e le sue articolazioni dominanti. Tuttavia, proprio il testo drammaturgico, nella sua volontà di sintetizzare le questioni filosofiche, e la regia, improntata nel primo atto a un certo naturalismo, contaminato nel secondo da alcune trovate surrealistiche, senza troppa continuità, non sembrano rendere lo spirito profondo dell’opera e dei suoi personaggi.
Al di là delle qualità attoriali indubbiamente espresse dalla maggior parte degli interpreti, a causa di un’eccessiva verbosità statica e caratterizzazione dovuta all’impostazione registica, difettano di quella tridimensionalità, con rotondità e spigolosità, di cui al contrario erano dotati sulla carta.

Image
Anche volendo prescindere dal romanzo, e guardando allo spettacolo come opera artistica autonoma, assistiamo a una messa in scena di idee, con preminenza della dimensione della parola, senza riuscire a trovare visivamente, salvo alcune eccezioni, l’azione scenica, la materia emotiva, il corpo vivo che proprio perché trascende il mero discorso è capace di veicolare e illuminare il pensiero. La sottile comicità che attraversa tutta l’opera, con virate nel grottesco (nelle scene di Fëdor Pavlovič fantasma-diavolo-incubo o in quelle di padre Zosima cadavere che parla di se stesso), se in parte può essere strumento utile per favorire la comunicabilità di argomenti complessi e infondere nerbo allo spettacolo, rischia a volte di confonderne i segni.
I personaggi, tutti a loro modo sopra le righe, sembrano spesso imprigionati, figure un po’ impolverate di ciò che avrebbero potuto essere. Quando, invece, come nella scena del bacio tra Alëša e Lise sul girello, accade che si sciolgano, per un movimento innaturale ricercato e infine trovato, scorgiamo un baluginio di grazia.
Alla fine dello spettacolo, quando Alëša inizia a leggere l’ultima pagina del romanzo, in cui si fa riferimento al funerale del piccolo Iljuša,  tutti gli attori entrano in scena e si siedono come ad ascoltare. Ed è questa l’impressione finale che rimane, di uno spettacolo dell’ascolto più che della visione.

I FRATELLI KARAMAZOV
da FËDOR DOSTOEVSKIJ
drammaturgia Roberta Arcelloni e Guido De Monticelli

regia Guido De Monticelli
scene Lorenzo Banci
costumi Zaira De Vincentiis
musiche Mario Borciani
regista assistente Rosalba Ziccheddu

con Valentina Banci, Francesco Borchi, Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti, Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno, Fabio Mascagni, Paolo Meloni, Silvia Piovan, Cesare Saliu, Maria Grazia Sughi, Luigi Tontoranelli

Visto al Teatro Metastasio, Prato, l’11 aprile 2012

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: