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Masaki Iwana, Festival “En chair et en son”. Photo Patrice Pairault

Masaki Iwana, Festival “En chair et en son”. Photo Patrice Pairault

La mia recensione su PAC-Paneacqua Culture della performance di di danza butō di Masaki Iwana, sulla musica di Denis Dufour, al festival En chair et en son, al Cube / Centre de création numérique di Issy-les-Moulineaux (Francia).

Sorgente: Masaki Iwana: il danzatore danzato dal butō

A questo link è possibile ascoltare la musica sciamanica dell’opera Musiques utopiques di Denis Dufour su cui ha danzato Masaki Iwana:

https://soundcloud.com/opus-53/denis-dufour-ph-27-80-musiques-utopiques

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Gao Xingjian e Simona Polvani, 2011.

Gao Xingjian e Simona Polvani, Pistoia, 2011.

L’uomo: E tu credi che loro si interessino della tua personalità? 
Il tuo preteso popolo, lo schiacceranno 
fino a ridurlo in poltiglia…
e oltretutto in nome del popolo. 
Te lo ripeto: è con la fuga 
che ci dobbiamo confrontare, 
è il nostro destino, tuo e mio.
 (Mormorando) Il destino dell’uomo è sempre la fuga!
(La Fuga, Gao Xingjian)

Sono lieta di annunciare che la mia traduzione del testo teatrale La Fuga dell’autore cinese Gao Xingjian (Premio Nobel per la letteratura nel 2000), con la regia di Lorenzo Montanini, sarà in scena venerdì 18 settembre al Piccolo Teatro Grassi a Milano, per il festival TRAMEDAUTORE 2015, intitolato La Cina e le sue grandi trasformazioni.

Qui tutte le info sullo spettacolo: http://www.outis.it/la-fuga/

La Fuga è pubblicato da Titivillus (Corrazzano, 2008), in un volume da me curato.

Il testo, che prende spunto dalle vicende tragiche del 4 giugno 1989 in piazza Tienanmen a Pechino, riflette sulla condizione dell’uomo di fronte all’oppressione di un regime dittatoriale, e alla difficile scelta, quando si è realizzata la totale impotenza, tra l’accettare una morte sicura o  scegliere la fuga per la sopravvivenza, alla ricerca della libertà.

Gao Xingjian, perseguitato dal regime comunista, sia ai tempi della Rivoluzione Culturale di Mao Zedong che successivamente, alla fine degli anni ottanta fu accolto come esule in Francia. Nel 1998 ottenne la cittadinanza francese. Anche adesso, nel 2015, la sua opera continua ad essere censurata in Cina.

In questo momento storico segnato dalla violenza e dalla guerra, in Siria come in vari stati dell’Africa, in cui interi popoli fuggono  e si mettono in cammino verso l’Europa per trovare scampo alla persecuzione e alla morte, interpellando le nostre coscienze e la nostra capacità di accoglienza, La fuga è tanto più attuale.

A questo link potrete leggere l’inizio della pièce:

https://simonapolvani.wordpress.com/about/la-fuga-di-gao-xingjian/

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Tweet_Interview

Simona POLVANI tweet_intervista Thierry FOURNIER

martedì 21 ottobre 2014, ore 11, su Twitter

Annuncio intervista 2014-10-21 alle 09.57.46

Salve!
Ritornano le mie Tweet_Interviste su Twitter.
La prima d’autunno sarà questa mattina, alle ore 11 con Thierry Fournier.

Architetto e compositore di formazione, Thierry Fournier è artista, ricercatore e curatore di mostre indipendente. Attraverso installazioni, opere programmate, oggetti, video e opere sonore, il suo lavoro tesse relazioni tra spazio, tempo e rete, con l’obiettivo di provocare situazioni critiche che interrogano le nozioni di vivente e non vivente, umano e macchina, finzione e reale in una dimensione insieme intima e politica.

Précursion, la sua ultima installazione, è stata creata nell’ambito della residenza di arti digitali di Thierry Fournier alla Maison Populaire a Montreuil, nel 2014. È attualmente esposta nella mostra Véritables préludes flasques (pour un chien) 4/4 – Mémoires d’un amnésique – ! (Maison Populaire, fino al 15 dicembre 2014).

La Tweet_Interview si svolge in francese. Successivamente sarà tradotta in italiano.
Il nostro hashtag è #TwInt.

Per seguire l’intervista, ecco i nostri account:

Simona Polvani: https://twitter.com/SimonaPolvani
Thierry Fournier: https://twitter.com/thfo
Seguiteci su Twitter!

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IL RAGAZZO GIRAFFA

di Christophe Pellet

traduzione di Simona Polvani

 

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

 

Il Ragazzo giraffa (L’Arche Éditeur, 2000), testo con cui Christophe Pellet ha debuttato nella drammaturgia, pubblicato dall’Arche Editeur nel 2000, è una trilogia complessa ed entusiasmante, che dagli anni ottanta all’inizio degli anni duemila coglie alcuni cambiamenti importanti all’interno della nostra società. Da fine osservatore, Christophe Pellet non solo registra alcune evoluzioni nella sua generazione, ma le intuisce e anticipa. L’amore pare cambiare natura. Le coppie e le famiglie sono formate da genitori dello stesso sesso, i sentimenti sono più confusi e ibridi, si pongono le questioni di genere, le donne appaiono forti, gli uomini fragili. Un testo provocatorio ed estremamente attuale, scritto in uno stile che richiama il linguaggio universale del cinema, di cui Pellet, da sceneggiatore e regista cinematografico, è sapiente conoscitore.

Ho tradotto la terza parte della pièce che, intitolata Il Ragazzo giraffa, dà il titolo alla trilogia, nel 2003, per la messa in scena realizzata da Pierpaolo Sepe l’anno successivo a Quartieri dell’Arte- Festival internazionale di teatro. Ne ho completato la traduzione, con la prima parte Ancora un anno per niente e la seconda Dove il dente duole, nel 2009, durante una residenza d’autore-traduttore al Centre National des écritures du spectacle “La Chartreuse” di Villeneuve – lez -Avignon (Francia), con borsa di traduzione dell’Association Beaumarchais/SACD.

Al link qui di seguito il video di una lettura scenica del testo realizzata nel 2013 al Théâtre du Rond Point a Parigi con la regia di Anne Théron.

http://www.dailymotion.com/video/x16t96t_le-garcon-girafe-lecture-publique_creation

 

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

 

L’inizio della pièce

 

PERSONNAGGI :

 

CLARISSE DELTOUR  

NATHALIE DULLAC

JULIEN MORESTIN

NORMAN REES

JIM MARTENOT

IL RAGAZZO CON L’IMPERMEABILE

L’UOMO DI QUARANTA ANNI

THIERRY PETIT

NILS DULLAC

LUCIE CHASLES

LUCAS NEVEUX

 

LUOGHI:

Prima parte: una cittadina in riva all’oceano:

(negli anni ottanta)

Seconda parte: una capitale europea:

(negli anni novanta)

Terza parte: la cittadina in riva all’oceano

(inizio del ventunesimo secolo)

 

DISTRIBUZIONE DEI RUOLI:

Clarisse Deltour

Nathalie Dullac

Julien Morestin

Norman Rees / Il ragazzo con l’impermeabile / Nils Dullac

Jim Martenot / Lucas

Lucie Chasles

L’uomo di quaranta anni/ Thierry Petit

 

 

PRIMA PARTE 

UN ALTRO ANNO PER NIENTE

Gli anni ottanta

 

1. Un caffè

Musica d’ambiente.

Julien Morestin è a un tavolino, davanti a lui un bicchiere di birra. Non sta facendo niente. Aspetta. È l’unico cliente visibile.

Appare Norman Rees e gli si accomoda accanto.

Entrambi hanno una ventina d’anni. Julien è rosso, Norman biondo.

 

Julien : Che prendi? Io un’altra birra.

Norman : No. Niente birra. Ho bevuto abbastanza ieri sera. (Riflette) Forse…..qualcosa di gassato.

Julien : Allora una coca?

Norman : No. Qualcosa di gassato, ma senza zucchero… Aspetta… (Riflette)

Julien : Un’acqua minerale?

Norman :No. ….Francamente no. Che tristezza. Per di più ho sete. Bene, prendimi una birra: è gassata, è senza zucchero.

Julien : (Fa un cenno) Due birre per favore…..

(Pausa)

Norman : È andata bene la festa di ieri, no? É andata bene, non ti pare?

Julien: Sì. Mi è piaciuta molto.

Norman: Ero ubriaco. Come sono quando sono ubriaco? Per esempio, come ero ieri sera?  Andava, ti pare ?

Julien: Ma sì….Eri normale, insomma.

Norman : Normale? Ma no, visto che ero ubriaco. Mica normale. Com’ero con Clarisse ? Parlavo forte, no?

Julien : No. Come si deve, credo. Non più degli altri.

Appare Nathalie Dullac (la cameriera): una trentina d’anni, bruna. Posa due bicchieri di birra sul tavolo e si ritira. 

Norman : Allora stavo bene? Come esattamente? Com’ero con Clarisse? Parlavo forte. Sono sicuro che parlavo forte. E avevo l’aria da ubriaco?  Francamente?

Julien : (Beve una sorsata) Sei andato a letto con Clarisse?

Norman : (Sorpreso) Ma no. Perché dici così?

Julien : Per niente. (Silenzio) Ho quell’appuntamento tra una mezzora. Ho paura, è stupido. Se ho il posto di lavoro, più problemi di soldi. E un bel po’ di tempo libero. Il paradiso.

(Silenzio)

Norman : Perché mi chiedi se sono andato a letto con Clarisse?

Julien : Non so. Così.

Norman : Che cosa te lo fa pensare? Perché Clarisse ed io così, ora? Hai visto qualcosa ieri sera? Com’ero? Ubriaco? È per questo? Che cosa ho detto? (Riflette) Niente di particolare, me ne ricordo. Parlavo forte, sì. Ma niente di particolare.

Julien : No, niente. Mi chiedo in quanti saremo a presentarci per il posto. Sì, è andata bene la festa di ieri. Proprio quello che mi ci voleva per non pensare troppo a oggi, a adesso. È un bene  che tu sia qui con me, adesso, subito prima. Non bevi la birra?

Norman : No. Ho bevuto troppo ieri. Ero davvero ubriaco, eh?

Julien : (Prende il bicchiere di Norman) Posso bere allora?

Norman : È Clarisse che ti ci ha fatto pensare?

Julien : A cosa? La bevo, allora. (Beve)

Norman : Questa idea che hai: vederci assieme, lei e me.

Julien : No, solo un’idea così. Un’idea passeggera. Nient’altro.

Norman : (Nervoso) Invece no, non è niente. Allora sono io? Che cosa ho fatto….? Non ricordo più. Ero pesante con lei? Appiccicoso? E come sono quando sono ubriaco? Perché pensi che siamo andati a letto assieme? A causa sua? Mia? Di cosa? Di noi due?

Julien : Invece no. Solo per sapere.

Norman : Invece sì. Dimmi: ho parlato? Ho detto delle cose? Parlo forte quando sono ubriaco, eh? Parlo forte, lo so. E la mia voce, com’era? Acuta? Brutta.

Julien : No, no. Come al solito.

Norman: Ho sempre quella voce là? È brutta allora. Vero che è brutta? Non mi piace la mia voce. Un giorno l’ho sentita in una registrazione. Te ne ricordi. Avevi registrato una conversazione durante  una festa. C’eravamo ascoltati, dopo.

Julien: È stato dieci anni fa. La tua voce è cambiata da allora.

Norman: No. È ancora così acuta. E quando sono ubriaco, è peggio. Dimmelo che è peggio, visto che è la verità.

Julien : Non è meglio. Come per tutti. Niente di più. Finisco la tua birra. (Beve) 

Norman : Ero uno schifo, ieri sera, eh?

Julien : (Posa il bicchiere vuoto) Invece no. Stavi bene.

Norman : Ah sì? Stavo bene? Ma cosa? Bene come? Solo bene? Poco fa mi hai detto che ero normale. Non ero normale, visto che stavo bene. Stavo bene come un ubriaco?

Julien : Stavi bene. È tutto.

Norman : È tutto? Allora non così bene. Non ero come al solito, mica normale. È così quando si è ubriachi. La voce cambia, si parla forte. Com’ero io? E con Clarisse? Perché proprio dopo questa festa, questa idea che siamo andati a letto assieme? C’è stato qualcosa? È lei forse? Hai visto qualcosa?

Julien :Che cosa vuoi farmi dire?

Norman : Ma sei tu che vuoi farmi dire. Se sono andato a letto con Clarisse: no, no e no!

Julien : Bene. Benissimo allora.

Norman : Perché benissimo? Sei contento?

Julien : Ma no. Devo andare là. (Si alza)  Mi aspetti? Non durerà molto. Sto bene?

Norman : Sì, va bene.

Julien : Bene. A subito.

(Esce. Norman, immobile, aspetta)

BUIO

 

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SECONDA PARTE

DOVE IL DENTE DUOLE

Gli anni novanta

 

1. Una camera.

Jim Martenot, trenta anni, lunghi capelli bruni, ha in mano una lattina di birra. Clarisse si toglie la giacca. 

 

Clarisse : Non ci sono molti libri a casa tua.

Jim : Sì, guarda, da quella parte…Ce ne sono.

Clarisse : “Jacques il fatalista”, ” Il Tartufo “.”Illusioni perdute”. Sì. (Disincantata) “Illusioni perdute”. Il programma della maturità, insomma.

Jim: (Posa la birra, abbraccia Clarisse) Adoro i tuoi occhi. Adoro la loro indifferenza.

Clarisse: Occhi di cerva o di cerbiatto.

Jim:  Occhi di bambina.

Clarisse:  (Si libera) Quando Julien incrocia lo sguardo di certe donne, pensa agli occhi dei cerbiatti. O a quelli delle cerve.

Jim: È tanto tempo che state insieme?  (Silenzio) Non ha l’aria tanto cattiva per un cacciatore. In ogni caso, stasera, non ha fatto niente per trattenerti.

(Tenta di baciare Clarisse. Lei lo respinge)

Clarisse: Julien, un cacciatore?

Jim: (Recupera la birra, la finisce) Fa la posta. A forza di sparare a vista, finirà per colpire qualcosa.

Clarisse : Non prenderà niente. È come se portasse dentro di sé – forse ancora di più nel chiaroscuro dei suoi occhi grigi -la durezza e la fragilità del vetro. Toccandolo potrei tagliarmi come frantumarlo.

Jim: Capisco. (Passa una mano sotto il pull di Clarisse:) I tuoi seni, mi piacciono anche i tuoi seni, sai. (Solleva il pull di Clarisse) I seni delle ragazze, li mangerei crudi.

Clarisse: (Lo respinge) No, non stasera. (Jim prende un’altra lattina di birra, l’apre, beve, si allunga per terra) Smetti di bere, è quello che ti eccita.

Jim: Vattene.

Clarisse: Mi piacciono le tue braccia, e le tue mani. Anche il tuo viso. E la tua voce.

Jim:  E io adoro i tuoi seni, se lo vuoi sapere. (Disarmato bruscamente, si raddrizza su un gomito: ) Io ti piaccio e tu mi piaci. Cosa allora? È Julien? Da quando state assieme?

Clarisse: È il tuo collo, credo, che mi piace di più.  Con i tuoi capelli lunghi, è difficile giudicare.

Jim: A domani, allora? Vorrai, domani?

Clarisse: Prima che me ne vada, alzati almeno.

(Jim si rialza)

Clarisse: Voltati. (Jim si volta) Tirati su i capelli. (Jim si passa una mano tra i capelli) Più in alto. (Li tira su: appare la nuca) Ora abbassa la testa. (Jim abbassa la testa) Sei docile?

Jim: Posso esserlo. (Cade in ginocchio:) Posso essere anche violento. (Sbatte la fronte sul pavimento) Signore, dammi questa ragazza!

(Pausa)

Clarisse: Preghiera esaudita.

 

BUIO

 

 

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TERZA PARTE

IL RAGAZZO GIRAFFA

Inizio del ventunesimo secolo

 

PRIMA GIORNATA

 

1. Parco di una cittadina in riva al mare

Lucas Neveux, un giovane di una ventina d’anni dai capelli scuri, tagliati molto corti e Lucie Chasles, stessa età, una lunga capigliatura scura, sono abbracciati. Ai piedi di Lucie, una valigia.

Si stringono e si baciano.

Lucas: Come sono gli Inglesi?

Lucie: Le ragazze: non male. I ragazzi, meno bene. Lucas…..(Lei si divincola dall’abbraccio) Hai parlato con Nils? (Lucas abbassa la testa) Non gli hai detto niente. (Silenzio) Sei un vigliacco, ecco tutto.

Lucas: È con te che vuole partire. Tocca a te parlargli.

Lucie: Perché tu non c’entri niente con questa storia, no? È con te che rimango. (Lui si volta) Mi nascondi qualcosa. Dall’inizio. C’è qualcos’altro.

(Silenzio)

Lucas: Sì. C’è qualcos’altro.

BUIO

 

2. Una camera d’hotel.

Arredamento sommario: un letto, un tavolo, un lavabo davanti a uno specchio. Julien Morestin entra. Indossa un paio di occhiali da vista, i suoi capelli rossi sono ora radi. Posa la sua borsa da viaggio sul letto, si dirige verso il lavabo, fa scorrere l’acqua un istante, richiude il rubinetto, si osserva nello specchio.

Poi si siede sul letto, apre la borsa, tira fuori la pianta di una città, la spiega e le dà un rapido sguardo.

BUIO 

 

3. Il parco

Lucas e Lucie sono seduti su una panchina. Posata a terra, la valigia. Lucie tira fuori dalla sua borsa un foulard verde fluorescente e lo annoda ai capelli. 

 

Lucas: Non voglio provocare un dispiacere a Nils. È al di sopra delle mie forze.

Lucie: Tu hai ancora un debole per lui.

Lucas: È stata solo un’esperienza, nient’altro.

Lucie: E da parte sua?

Lucas: Non ne sono sicuro.

Lucie: Non gli hai chiesto niente?

Lucas: Non parliamo di queste cose.

Lucie: Lo fate d’istinto? Come gli animali? (Pausa) È durato a lungo?

Lucas: Diluito nel tempo. In maniera….sporadica.

Lucie: Sporadica?

Lucas: Ma è finita con lui. Adesso ci sei tu. E se non fossi tu, sarebbe un’altra.

Lucie: Grazie, fa sempre piacere sentire certe….

Lucas: Non è quello che voglio dire.

(Silenzio)

Lucie: Il vento si alza. Finalmente. (Lucas con un gesto molto dolce, amoroso, toglie il foulard a Lucie)

 Lucas: Venga. Lo aspetto

(I capelli di Lucie si sciolgono, ondeggiano leggermente nel vento. Lucas la guarda, soggiogato)

BUIO

 

4. La camera d’hotel

Julien, torso nudo, si rade con un rasoio davanti allo specchio. Ha tolto gli occhiali. I suoi gesti sono precisi, lenti. A tratti si osserva con attenzione, sospendendo i gesti. Poi riprende. Quando ha finito, si asciuga il resto della schiuma da barba con un asciugamano, senza togliere lo sguardo dallo specchio.

BUIO

 

5. Il parco

Lucie e Lucas sulla stessa panchina.

Lucie: Tra te e Nils, quando è stata l’ultima volta?

Lucas: È parecchio tempo.

(Lei prende il viso di Lucas tra le mani, lo guarda negli occhi. Lui evita il suo sguardo)

Lucie: Quando? (Silenzio) Lucas, quando?

Lucas: (Tutto di un fiato) Un mese fa….

Lucie: (Demoralizzata) Giusto prima che ci mettessimo assieme tu ed io?

Lucas: (Smarrito) Ma in quel momento anche tu stavi ancora con lui, ricordatelo!

Lucie: È colpa mia allora?

Lucas: Non lo so. Ognuno ci ha messo del suo, ecco. Una cattiva congiunzione.

Lucie: Adesso, capisco perché non osi dirgli niente.

Lucas: Non ne ho la forza.

Lucie: Debolezza. O semplicemente amore.

Lucas: Glielo dirai?

Lucie: (stanca) Ma sì.

(Lei si alza. Lui la prende per la vita. Lei si divincola)

Lucas: Non mi ami più.

Lucie: Ma no….

Lucas: Cosa allora?

Lucie: I ragazzi. Non ci capisco niente. E questo alla fine mi innervosisce.

Lucas: Ma te lo spiego io.

Lucie: Non dire più niente, è meglio. È un disastro.

Lucas: In disastro, c’è “astro”.

(Lei alza le spalle, prende la valigia, annoda il foulard sui capelli)

Lucas: Non mi fare del male, Lucie.

Lucie: Ma no.

Lucas: Baciami, Lucie. Baciami per desiderio, non per consolazione.

(Lei posa la valigia e si lascia baciare. Il suo foulard si snoda portato via dal vento. Lei fa un gesto per riprenderlo. Fatica sprecata. Il gesto resta sospeso nel vuoto)

BUIO

 

6. La camera d’hotel

Julien tira fuori una polo blu dalla borsa, la infila, getta uno sguardo allo specchio, la toglie, fruga dentro la borsa, tira fuori una camicia bianca, la mette e si guarda di nuovo nello specchio.

BUIO

 

7. Una terrazza  a casa di Nathalie Dullac e Clarisse Deltour

Dà su un parco che scende sull’oceano, di cui ci arriva il rumore. Nils è assopito in una poltrona di pelle nera. Clarisse entra, una borsa della spesa in braccio. 

Non è cambiata molto: il suo viso è rimasto sorprendentemente giovane, ma nel suo sguardo predomina un sentimento d’inquietudine. Ha un foulard beige legato attorno ai capelli. Posa la borsa, toglie il foulard, lo lascia scivolare sul viso di Nils, come una carezza. Lui si sveglia. È un giovane di venti anni, dai capelli a mezza lunghezza, rossi e sottili, dalla carnagione molto pallida. Lei gli sorride.

Clarisse: Buongiorno, Nilou. (Le ricambia il sorriso, prende dalla sua tasca un paio di occhiali da vista e se li posa sul naso. Clarisse tira fuori le provviste dalla borsa) Ho riportato delle cose strane che vengono da lontano. Esotiche. Non è possibile neppure immaginare di mangiarla questa, tanto è carina. Delle cosettine leggere.

Nils: Mai leggere quanto me.

Clarisse: Due giorni senza mangiare, direi che bastino. Nathalie mi rimprovererà. (Silenzio) Nils, è necessario. Per farmi piacere

Nils: Per farti piacere? Non pensi piuttosto a Nathalie? Tu hai paura di lei. Hai paura di mia madre. (Pausa) Hai paura che lei ti lasci. Che un giorno non ritorni da uno dei suoi viaggi.

(Clarisse si volta, ferita)

Nils: Perdonami, Clarisse. Ho delle idee cupe.

Clarisse: Ti preparo qualcosa. Per farti perdonare, mangerai un po’. Adesso, mi chiami Clarisse…..Non molto tempo fa ancora io ero “mamma luna”, ricordi?

Nils: Tu rimanevi con me la sera. E la notte, quando ero malato, vegliavi su di me. Mamma era fuori, perduta tra le costellazioni.

Clarisse: Avevi paura la notte. Dicevi: “mezzanotte, è l’ora del crimine….”

Nils: E tu mi rispondevi: “mezzanotte: è anche l’ora dei sogni e delle confessioni…”

Clarisse: E lei, sempre tra due aerei. Una settimana a Tokio, un’altra a New York. (Pausa) Si alza la tempesta. Spero che il suo aereo non subirà un ritardo.

Nils: È un sole, Nathalie. Noi siamo delle figure dell’ombra, della notte.

Clarisse: Non è molto gentile quello che dici.

Nils: Allora perdonami, ancora una volta.

Clarisse: Ancora una volta ti perdono, a una sola condizione: vado a prepararti una zuppa, una buona zuppa di verdure, un zuppa della sera, poiché noi siamo- come dici?- “delle figure dell’ombra”. Ne prenderai un po’? Per Lucie, almeno. È tornata da Londra?

Nils: Oggi.

Clarisse: Hai un brutto aspetto, che cosa penserà? Ti troverà troppo magro. Non è tanto confortevole un ragazzo alto e magro.

Nils: Che cosa ne sai?

Clarisse: Ne ho conosciuto uno. Un tempo.

Nils: Chi era?

(Lei continua a svuotare le provviste, senza rispondergli)

Clarisse: Una zuppa di verdure, semplice. Non vale la pena cercare troppo lontano, in fondo.

Nils: Perché mi parli di quell’uomo? Chi era?

Clarisse: Hai un brutto aspetto. Se fossi la tua ragazza, sarei preoccupata, è tutto. Quell’uomo non ha alcuna importanza.

Nils: Era prima che ti mettessi con mia madre?

(Clarisse guarda Nils a lungo. Uno sguardo strano nel quale tutta l’inquietudine è scomparsa. Al suo posto, qualcosa di indefinito, tra il desiderio e il timore. Gli carezza i capelli, fa scivolare la mano sulla nuca del giovane, poi chiude gli occhi)

Nils: (piano) Non voglio più che mi tocchi.

 

(Clarisse ritira la mano, come si fosse bruciata al contatto con una fiamma)

 

Nils: Sto bene. Lo vedo nei loro occhi. Sto bene.

Clarisse: Nei loro occhi?

Nils: È così che loro mi amano: quando divento trasparente. Allora, non mi fanno più soffrire.

Clarisse: Ma chi?

Nils: Le persone tutt’intorno.

 

BUIO

 

Estratti dal testo inedito Il Ragazzo giraffa, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).
Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com

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Bonjour,

je participerai au Colloque international Le processus créatif dans les arts performatifs, visuels, sonores et littéraires à l’Université Paris 1- Panthéon Sorbonne, avec l’intervention Créer sans détruire. Le processus créatif dans la dramaturgie de Gao Xingjian.

Mon étude portera sur le processus créatif dans l’œuvre théâtrale de l’artiste Gao Xingjian et notamment sur sa conception dans le domaine du jeu de l’acteur, qu’il a théorisé comme un triple jeu de la représentation. Pour Gao Xingjian elle est le point de départ pour la construction de son dispositif dramatique prenant sa source dans le texte dramatique ainsi que dans le travail préalable du dramaturge. Ainsi, la dramaturgie et le jeu de l’acteur permettent de donner lieu à un espace théâtral performatif entre dimension fictive et réel.

vendredi 20 juin 2014 – session 11h45-13h15

Amphi I – Université Paris 1- Panthéon Sorbonne

Place du Panthéon, PARIS 

Pour plus d’information sur le programme du colloque: http://www.institut-acte.cnrs.fr/espas/2014/06/11/colloque-le-processus-creatif/

 

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Salve,

prenderò parte al Convegno Le processus créatif dans les arts performatifs, visuels, sonores et littéraires all’Università Paris 1- Panthéon Sorbonne, a Parigi, con l’intervento  Créer sans détruire. Le processus créatif dans la dramaturgie de Gao Xingjian (“Creare senza distruggere. Il processo creativo nella drammaturgia di Gao Xingjian”).

Il mio studio riguarderà il processo creativo nell’opera teatrale dell’artista Gao Xingjian e in particolare la sua concezione nell’ambito della recitazione, che ha teorizzato come triple jeu de la représentation. Per Gao Xingjian essa costituisce il punto di partenza per la costruzione del suo dispositivo drammaturgico fondato sul lavoro a monte del drammaturgo e sul testo teatrale. In tal modo, la drammaturgia e la recitazione permettono di creare uno spazio teatrale performativo tra dimensione fittizia e reale.

20 giugno 2014 – sessione ore 11.45-13.15

Amphi I – Université Paris 1- Panthéon Sorbonne

Place du Panthéon, PARIS 

Per maggiori informazioni sul programma del convegno:  http://www.institut-acte.cnrs.fr/espas/2014/06/11/colloque-le-processus-creatif/

Brina /Givre

Brina /Givre

 

Ho trovato alcune pagine. Sulla mia strada. Pagine di un romanzo. Dei fogli. Erano otto pagine dattiloscritte. Un estratto che l’autore stesso mi ha donato, per caso e, o, per necessità. Ero e sono per lui una sconosciuta. Siamo, l’uno per l’altra, degli sconosciuti. E per questo, ignorando tutto di me, ha scelto e composto, per me, un estratto del suo nuovo romanzo, ancora inedito. E me lo ha donato, perché ero sulla sua strada.

Era dicembre, lo scorso dicembre, ma avrebbe potuto essere dieci anni fa. Ho conservato quelle pagine. Mi ci sono avvicinata piano piano. Le ho guardate, le ho lette, infine, non tutto di un fiato, perché non potevo, non mi era possibile. Le ho percorse poco a poco, per brani, nel corso di alcune settimane, intervallate da assenze. Mi ci sono stropicciata gli occhi. Ho navigato a vista dentro di esse, mi ci sono perduta, a tratti. Ho toccato la superficie, vi ho planato sopra. Otto pagine scritte dattiloscritte che erano come crateri di magma raggelato.

Non posso ricostruire la trama. Non avrebbe neppure senso, in questo caso. Ho conservato tuttavia i nomi di tre dei quattro uomini che lo abitano: Lucio, Raymond Mayo, Joao. Joao, lo scomparso, l’assente. Del quarto, l’io narrante, per altre vie, ho saputo l’iniziale, M.

Quando sono arrivata alla fine delle lettura, non ho potuto non scrivere qualche riga. Alcune impressioni. Assolute, perché istintive. Parziali, perché navigano nell’orizzonte di queste poche pagine, non cercando di render conto di niente, di analizzare niente, di provare niente. Intendono essere, se si può parlare di intenzione, solo testimoni di se stesse, e di me stessa, in connessione con le otto pagine.

Adesso, qui, le dico. Le impressioni. Le faccio diventare onda. Le semino sulla strada di qualcun altro.

E rinunciando alla restituzione dell’opera intera – è possibile davvero restituire un romanzo attraverso una critica? -, facendo una bislacca operazione di parzialità, come chi spia da una serratura e non vede che la porzione d’immagine offerta dalla sagoma di vuoto, dimoro tra i frammenti.

Ecco il mio frammento impressionato, di una totalità, il romanzo, che ignoro.

Gli estratti sono accanto a me ed io ho gli occhi pieni di colori.

In fondo c’è il nero – di cui adesso non voglio dire di più – tranne che non è sempre lo stesso, della stessa consistenza. E sopra, in superficie, una superficie ancorata, ci sono i colori, gli altri colori. I bianchi sfumati, dal trasparente del cristallo allo spumoso della neve (amo la parola “givre”, che scivola sui denti arrampicandosi e urtando – ma senza violenza – il palato, e gira in tondo meno dell’italiano “brina”, forêt de givre, foresta di brina), il giallo del deserto, l’arancio, il rosso (io, colpita dal corallo), il mandarino, l’ambra e il grigio – non conosco la ragione, ma non riesco ancora a vedere il colore dell’oceano, che eppure è là, alla distanza di un braccio teso, ma è un orizzonte talmente sommerso dai miraggi, colorati, necessariamente, no? – e poi la densità del porpora…e il (rosa) della tamerice, l’erba brunita, il viola…

Ancora, delle parole geometriche, scolpite, angolose, o rotonde come ciottoli. Parole tridimensionali, sfaccettate, a più facce, piani e strati di materia colorata, e poi la pastosa e tesa materia colorata, dei respiri in colori, puri, che non possono far scomparire il nero, ma deflagrano comunque e tutto, anche il tempo, sommergono.

Ho pensato allora a Mark Rothko.

 

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

 

Gli estratti appartengono al romanzo “Le portique du front de mer”, opera seconda dell’autore francese Manuel Candré (Éditions Joëlle Losfeld). Il romanzo, che trae ispirazione dall’antologia “I segreti di Vermillion Sands” (“Vermilion Sands”, 1971) dello scrittore di fantascienza J.G. Ballard, è uscito in Francia il 16 gennaio 2014.

IL MENDICANTE DI MORTE

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, inchiostro di china
Gao Xingjian, inchiostro di china

Il mendicante di morte scritto nel 2000, è un monologo a due voci ambientato in un museo di arte contemporanea, diventato una trappola, una gabbia. Nella notte, di fronte alle opere d’arte più disparate, si dipana un pensiero critico sulla società moderna, l’arte, la vita e la morte, tra impennate di sarcasmo e violenza e improvvise immagini dal lirismo evanescente.

Il testo ha avuto una prima mise en espace nel 2001 a cura di François Rancillac nell’ambito della Settimana della SACD (Société des auteurs et compositeurs dramatiques) allo Studio de la Comédie-Française a Parigi.
È stato messo in scena in prima mondiale nel 2003 in Francia, nell’ambito de “L’Anno Gao a Marsiglia”, al Théâtre du Gymnase, con la co-regia dell’autore e di Romain Bonnin.


L’inizio delle pièce

PERSONAGGI E SCENA

PARLATORE A, di età avanzata, nervoso
PARLATORE B, molto vecchio, burlone

Recitano lo stesso personaggio,personaggio, indossano lo stesso vestito nero. È preferibile che adottino una recitazione pronunciata, nella quale i loro sguardi non si incrocino mai. Anche se a volte le parole assumono la forma di un dialogo, si tratta sempre, in realtà, di un monologo, ma discontinuo, intervallato e in questo modo vivificato. Tuttavia, ciò non impedisce ai due parlatori di osservarsi l’un l’altro. In scena, alcuni oggetti e una figura femminile, che può essere un manichino in plastica o un calco in gesso.
Il testo teatrale può essere messo in scena sia in un teatro che in un museo. In quest’ultimo caso, gli spettatori seguiranno un itinerario, guidati dai due parlatori.

PARLATORE A Oh! C’è qualcuno? Oh, Oh!
Nessuno. Nessuno ti sente.Neppure il custode? Mi può aprire la porta? Signore, per favore! Perfetto, siamo rinchiusi in un luogo pubblico, chiuso però come uno scatolone, un museo di arte moderna, anzi, diciamo contemporanea.Niente scherzi! Non può rinchiudere un visitatore, ma è incredibile! Si va a giro come se si fosse per strada, abbiamo un’oretta buona per cambiare treno, senza sapere nel frattempo cosa fare, lasciamo la stazione seguendo il viale, la porta è spalancata, entriamo, pronti a pagare, ma la cassiera è assente… E ti ritrovi bell’e rinchiuso. Strana storia, no? Però non ha nulla d’interessante. (Ad alta voce) Signor custode! Un visitatore è rinchiuso nel museo, assieme ai vostri preziosi oggetti d’arte, non le fa nessun effetto?

 
Alza la testa.

Sotto la sua alta sorveglianza, attraverso molteplici telecamere, non vede uno sconosciuto, in grado di mettere in pericolo i vostri tesori? E tutto il vostro sistema antifurto non funziona più? Oppure tutte queste cose in realtà non valgono niente, hanno solo una funzione dissuasiva, ovvero decorativa? Lo deve comunque lasciar uscire un essere vivente dal suo blocco di conservazione! Non hotempo per divertirmi, devo prendere il treno, è l’ora, e del resto, secondo l’orario indicato all’entrata rimane ancora qualche minuto prima della chiusura, non avete nemmeno il diritto di chiudere così presto visto che siete un’istituzione pubblica finanziata con le nostre tasse. Inoltre, dovreste avere senso civico, al di là del vostro gusto estetico. Anche se potete mettere qualsiasi cosa in questo luogo, non avete alcun diritto di imprigionarvi i visitatori, qualunque sia il pretesto, che si tratti di una qualsivoglia nuova arte, o di anti-arte o di non-arte, o di qualunque cosa concettuale o virtuale che sia. Signor soprintendente, lei non può introdurre persone nel suo programma senza il loro consenso. No, non è possibile, anche se non mi oppongo a questo genere di giochi, faccia ciò che vuole, non mi concerne, però mi ha fatto perdere il treno, mi ha causato delle vere grane, e mi ha profondamente angosciato! Le dico, signor soprintendente, se il vostro sistema di sorveglianza funziona ancora, stia a guardare, sto per spaccare le bacheche e rompere le porte per tirarmi fuori dalla sua prigione, culturale o artistica che sia, nei miei confronti non solo ha già costituito una violenza spirituale, ma per di più attenta alla mia libertà personale! Se si ostina a tenermi prigioniero, declino ogni responsabilità!
 
Silenzio.

Se ne sono andati tutti, ma avrebbero prima dovuto percorrere tutte queste sale per assicurarsi che non ci fosse più nessuno. È ovvio che di solito non ci sono quasi visitatori, a parte per i cocktail dei vernissage.Che lavoro!
 
Una breve pausa. Ascolta.

Si direbbe che piova ancora. Se non fosse per ripararsi dalla pioggia, chi entrerebbe in questo posto scialbo e vuoto?

Grida.

Che cazzo! Mi fa innervosire!
 
Silenzio.

Nessun rumore. Ed è isolato così bene che non si riesce a provocare la minima eco. Questo isolamento così ben concepito e garantito è davvero spaventoso, peggio del deserto!

Un momento di silenzio.

Che fare, allora? Aspettare fino a domani l’ora di apertura perché qualcuno ti trovi, e venga chiamata la polizia per continuare a romperti le palle? Chiamarla anzi tu stesso? Ma ti ci vorrebbe un cellulare, quell’aggeggio che trovavi così irritante è assolutamente indispensabile quando si è presi in ostaggio.

Un momento di silenzio.

Dovresti trovare un segnale d’allarme, oppure una bombola di gas per accendere un fuoco, affinché il fumo faccia scattare il sensore sul soffitto. Ma come potrai spiegare che non sei né uno scassinatore né un incendiario? Considerato che ti sei introdotto senza biglietto, diranno! E chi potrà testimoniare che non avevi alcuna intenzione malevola? Altrimenti dovrai passare la notte qui,
docilmente, come un bravo bambino, assieme a questi rottami e rifiuti che si dicono arte, un autentico deposito di immondizia, e che grane ti procurerai!

Colpisce un oggetto esposto.

Potresti approfittare di questo spazio per divertirti, se almeno ci fosse qualcosa con cui distrarsi: parlare ad alta voce a nessuno, sfidare il vuoto, mentre osservi come l’arte falsamente contemporanea diventi questo: una cosa qualsiasi!

Colpisce di nuovo.

Esaminerai, anzi, diagnosticherai questa epidemia prima di essere contaminato dalla stessa follia. E passerai tutta la notte senza dormire, senza sapere se domani sarai ancora normale, con la mente ancora limpida. Chissà?

Fa una pausa.

Se il museo è chiuso definitivamente, in seguito a una cattiva manutenzione, o a causa di penuria di fondi da sperperare, oppure solo temporaneamente per lavori, in questo caso, già sotto il loro controllo, farai la fine di una mosca intrappolata in una vetrina, diventerai un esemplare essiccato, e il tuo scheletro, esposto, potrà completare la loro collezione.
 
Ride, mentre colpisce più volte un’installazione.

Che piacere essere esposti, e che fortuna essere stati scelti! Ti spiavano da dietro la cassa,  ti hanno lasciato entrare senza pagare, come uno scroccone, e hop! Ti hanno catturato, senza che potessi protestare. Ed eccoti qui, si potrebbe dire un tizio esposto gratis. Accanto a orinatoi di ogni sorta, americani e asiatici, a questi ready-made di ogni dimensione, dal frigorifero nuovissimo fino all’assemblaggio e al collage di vecchi gingilli, dalle cicche raccolte alle carte igieniche usate, a condizione che non puzzino, come anche a tutte queste lordure, forse disinfettate, e adibite ad altro uso, tutte messe in mostra e presentate, manca solo l’essere vivente.E perché no?

Dà ancora bruscamente qualche colpo.

Visto che tutti questi rifiuti, vera e propria spazzatura, sono entrati nel museo, sono stati catalogati, discussi nei termini più sofisticati, il misero uomo, la creatura più sudicia, più infernale, non ha anche lui il diritto di entrarci? Di sicuro e a buon diritto avrai il tuo posto qui!

Applaude.

E sei proprio tu, il tipo capitato qui!
 
Ride.

L’esposizione di un essere umano, che idea geniale! Sotto ogni aspetto, sia dal punto di vista antropologico che antropomorfico, tutto sarà registrato a livello digitale su CD-ROM e ne parlerà tutta la stampa.

Si è entusiasmato e colpisce sempre più forte.

Tutto a un tratto, i mass media ti renderanno universalmente noto, come un giocatore di calcio, e per di più, ti sarai risparmiato tanti anni di duro allenamento sui campi sportivi e di innumerevoli prove di gara, lontano dalla preoccupazione di romperti un arto, come in un turbinio affascinante, simile a un aquilone, sarai portato alle stelle per poi lasciarti cadere negli annali dell’arte, se chi ha ideato questo progetto otterrà un budget pubblicitario sufficientemente elevato per lanciarti così in alto e iscriverti nella futura storia dell’arte come il primo rappresentante esposto di specie umana.

Una pausa. Riprende le forze mentre respira profondamente.

E neanche tu puoi sottrarti al narcisismo proprio di ognuno. Una volta così onorato di essere stato scelto, apprezzato come un’opera d’arte, proprio tu, in quanto archetipo, sarai commentato, analizzato e sminuzzato, come una creazione perfetta, degna di discorsi più eloquenti degli oggetti esposti in precedenza.
 
È un po’ stanco, accenna una pausa.

Ciò nondimeno sei inevitabilmente in ritardo, sai bene che ai giorni nostri conta chi lascia per primo la propria impronta, poco importa cosa faccia, persino se si tratti solo di un gesto ridicolo, come masturbarsi davanti a una macchina da presa, o saltare da una finestra che si affaccia su un viale davanti a degli spettatori. Ovviamente, non è per suicidarsi, ma per compiere una performance ricadendo su un lenzuolo piacevolmente teso, per scriverla poi nella documentazioneartistica, e chi è in ritardo, per distinguersi, fa tabula rasa!

Getta una grossa palla per terra, creando un effetto sonoro di oggetti che cadono.

Abbasso i predecessori! E tutte le anticaglie! Ecco realizzata una rivoluzione dell’arte! Fare piazza pulita di tutti quelli che precedono è la regola assoluta, tanto nella politica quanto nell’arte, e la legge della rivoluzione fa la storia come al bowling, chi fa cadere vince!
 
Prende un’altra palla e la getta, creando un effetto ancora più sonoro.

Capite, per farsi notare, prima bisogna abbattere! Per distinguersi, prima calpestare, schiacciare, sradicare, espugnare, bruciare, eliminare fino a far scomparire, più o meno sterminare! La storia è fatta di violenza e sangue, mentre la storia dell’arte, molto più innocua, dà solo la caccia ai vecchi maestri per lasciare il posto ai giovani leoni, proprio come al gioco del tiro con la carabina al luna park, il padre insegna al figlio a sparare perché un giorno il figlio uccida il padre per diventare il capo. E abbattere Dio per sostituirsi al demiurgo, non è la stessa cosa?

Fa cadere qualcosa con un rumore fortissimo.

Visto che Dio è morto, ci si affretta a prenderne il posto, o almeno a identificarsi con suo figlio che sfortunatamente è unico, perciò tanti Gesù Cristi opprimono il nostro povero pianeta. E dato che il Figlio di Dio è nato per compiere una missione, e che il mondo è già stato creato e creato male, dal momento che tutti ne soffrono, un salvatore è ineluttabilmente necessario. Tanto più che l’uomo è destinato a penare sulla terra, da vivo, e se non è per ritrovarsi con l’incarico di salvare il popolo, sarà per salvare la propria anima. Ecco la fortuna umana, ma il problema è proprio qui: hai davvero un’anima? Chi può saperlo? Ah, misericordia, bodhisattva!
 
Scoppia in un riso sfrenato.

Dici cazzate, ma è proprio ciò che hai da dire!

Ride convulsamente.

Ti fai un happening, mostri quel briciolo di intelligenza che hai, ma la risposta a chi la chiedi?

Smette di ridere.

Rifiuti di essere esposto come un oggetto, mentre ti esponi per mostrare la tua identità, la tua creatività, ora, il vero problema è sapere se ne hai una.

Resta immobile.

Ammettiamo che tu ne abbia una. Ti credi chi sa chi, pur sapendo che non puoi crederti Dio. Allora ti metterai a filosofare, nel momento in cui comincerai a pensare, esisterai. In questo caso hai bisogno di trovare delle parole, materia prima di ogni pensiero, e siccome per l’appunto le parole ti mancano, basterà che tu ricorra ai giochi di parole.Dovrai trovare un artificio, come uno spago, per infilare le briciole di parole che hai appena raccolto qua e là, in frasi, concetti, teorie, prima di integrarle in una ideologia o di trasformale in utopia o in illusione. Eppure, essere pensatori, non è così facile, come tanti altri devi imbrogliare, mentre per riconfortarti fai finta di pensare, neppure per ingannare con cattiveria le persone, ma semplicemente per soddisfare il tuo ego col cervello. In fondo al cuore ti manca qualcosa, senza che tu sappia se si tratti della vita vera o dell’amore. Comunque, anche tu soffri… Altrimenti non ti esporresti così, come un ratto sconvolto che non
trova più la tana, o come un gatto in gabbia, arrabbiato di non poter uscire! Se una bestia intrappolata in un vicolo cieco si ribella, cosa dire dell’essere umano, questa specie miserabile, così nervoso e capriccioso, geloso e vanitoso e incurabilmente insaziabile! In questo caso, abbatte, lacera, sputa, devasta tutto ciò che non può avere, prima di essere distrutto da altri.
 
Trascinato dalla rabbia, diventa furioso.

Esplodi proclamando il Giudizio Universale: poiché persino Dio è morto, l’artista, che ha posto fine all’arte, morirà a sua volta! È questo ciò che vuol vedere, signor soprintendente? Questo gioco è talmente ridicolo! Se ha bisogno di animare il museo, sarebbe meglio chiuderlo per sempre, poiché l’arte è morta. Signor soprintendente, per quanto abbia costruito questo museo per porre fine all’arte, sappia che era già morta prima che lei ne assumesse la responsabilità. Quando l’artista si credeva un demiurgo proclamando la morte di Dio, l’arte era già in agonia. E il suo museo, che in realtà è solo un mausoleo, dovrebbe piuttosto trasformarlo in supermercato, del resto lo ha già fatto, ma anche questa è un’idea superata. Il problema è che il supermercato, ossia il suo museo, è quanto mai kitsch, quanto mai facile, quanto mai mediocre, del resto, per niente necessario alle masse che lei ha la pretesa di servire, mentre serve solo a lei. Per quanto lei provochi il pubblico, questo se ne sbatte. Se una provocazione c’è, è proprio nell’essersene sbattuti degli artisti per lasciare il posto al bricolage. L’arte è morta, davvero, l’arte nel suo museo è davvero morta, signor soprintendente, non è lei ad averla fatta appassire, inaridire, perire, no, affatto, lei deve porre fine alla rivoluzione dell’arte affinché i nomi dei rivoluzionari siano scolpiti su pietre tombali. Oh, che gloria, per gli assassini dell’arte!

Il Parlatore B appare di fronte al Parlatore A, mentre il Parlatore A, che rimane muto, mostra al pubblico solo le spalle.

PARLATORE B L’hai finito il tuo manifesto, il tuo blablà? Non sei stanco? La tua protesta, il tuo furore e il tuo rancore, a cosa servono? Sei solo un visitatore di passaggio, attraverso i cancelli, a quest’ora della notte, al chiaro di luna. Sei bloccato qui come un prigioniero. La tua fortuna sarebbe stata tutt’altra, se non avessi perso il treno. Eppoi, avresti agito diversamente. Ognuno ha il proprio destino, ma ogni cosa è fatta da una scelta, da una competenza e allo stesso tempo dal caso, in fin dei conti tutto è condizionato. Può darsi che il caso vero non esista, se non in un incidente d’auto, nella caduta di un aereo, in una bomba che ti piomba addosso, in uno sparo alla cieca, chissà? Ciò nondimeno la morte è inevitabile, è sicuro! Ti attende questa fine, definitiva e irrimediabile, ecco il tuo destino, malgrado tutto ciò che avrai fatto e ciò che avrai fallito, non le sfuggirai!

Parlatore B ride.

Estratto dal testo pubblicato nel volume “Teatro. Il sonnambulo, Il mendicante di morte, Ballata notturna”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani, postfazione di Antonietta Sanna (ETS Edizioni, 2011) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “Teatro” di Gao Xingjian
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