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INTORNO ALLA MIA PIETRA NON FARÀ NOTTE

di Fabrice Melquiot

traduzione di Simona Polvani

 

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Accade che due fratelli, in una città che potrebbe essere Napoli, si inventino cercatori d’oro e che quest’oro sia l’oro dei morti. Che essi sognino di convertire il loro tesoro in una montagna di soldi, da depositare in Svizzera, e di vivere serenamente con il verde dei pascoli negli occhi. Che il fratello maggiore sia un fan sfegatato di Elvis Presley, e che ciò non lo metta però al riparo da una morte violenta. Che il padre, vedovo inconsolabile, ubriaco fradicio, sia diventato un trans e passi le notti a battere per lenire, se possibile, il dolore. Che i due fratelli abbiano due giovani fidanzate, dai desideri più grandi dei loro corpi e spesso contraddittori. Che sulle loro strade passi un poeta, venuto da Oltralpe, innamorato deluso, intenzionato a far saltare in aria il mondo. E che…

 

 

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Locandina dello spettacolo “Autour de ma pierre il ne fera pas nuit” di Fabrice Melquiot, regia di Mathieu Touzé, Francia, 2014

Intorno alla mia pietra non farà notte (Autour de ma pierre ne fera pas nuit, L’Arche Éditeur, 2003, ristampa con modifiche del testo 2009), porta con sé tutta la visionarietà della scrittura drammaturgica di Fabrice Melquiot, classe 1972, autore francese tra i più prolifici e talentuosi della sua generazione. Impastata di notte e sogni, essa scava nel solco della realtà, per seminare il possibile e l’inverosimile. Una scrittura tragica e poetica, con il riso tra le labbra.

Intorno mia pietra non farà notte è stato presentato in anteprima nazionale in Italia in forma di lettura scenica, a cura della regista italiana, ma residente in Francia Gloria Paris, con Alberto Caramel, Bruno Fleury, Diana Hobel, Sandro Mabellini, Francesco Scianna, Chiara Vergola ad Opere Festival 2006 (Castello Odescalchi di Bracciano). Produzione Il Battello Ebbro in collaborazione con La Casa delle Scritture Europee, Centro Internazionale di Scrittura Drammaturgica La Loggia, Teatrino dei Fondi, TERI. Con il sostegno di Fondazione Nuovi Mecenati,  Association Beaumarchais/SACD, Diunamai. Con il patrocinio del Servizio Culturale BCLA dell’Ambasciata di Francia in Italia.

 

Nel 2007 il testo, in versione ridotta, è stato presentato sempre in lettura scenica al Teatro Galleria Toledo di Napoli nella rassegna Orientamenti. Geografie del Tempo Presente. Teatro: Le Nuove Scritture. A interpretarlo: Agostino Chiummariello e Alessandra D’Elia.

 




L’inizio della pièce


Personaggi

 

LOUIS BAYLE detto LULLABY, 50-60 anni, padre di famiglia, vedovo e travestito

 

I suoi figli

DAN BAYLE, 30-35 anni, cercatore d’oro

IVAN BAYLE, 20 anni, cercatore d’oro

 

LAURIE, 20 anni, fidanzata d’Ivan

DOLORÈS, 25-30 anni, fidanzata di Dan

JUSTE, 30-35 anni, alla ricerca di una musa

 



 

PROLOGO

In una città che potrebbe essere Napoli.

Su una collina che sovrasta la baia, una di quelle estati in cui non si respira.

Ville lussuose, garage con allarme, campi sportivi recintati.

Strade strette e sinuose, marciapiedi disseminati di spazzatura e di cadaveri di gatti o di cani.

Talvolta, lungo i marciapiedi, si fermano delle automobili; dentro, ragazzi e ragazze fanno l’amore.

In estati come questa, non hanno scelta: finestrini abbassati; le loro voci invadono la collina, il Belvedere vicino, il cimitero, laggiù.

Negli angoli, va da sé, vengono spacciate sostanze a quelli che si fanno in altro modo.

Un venditore di dolciumi e di bevande fresche si domanda che ci sta a fare lì.

Quelli che, senza veicoli e affascinati dalla luna, vanno a spasso tenendosi per mano, farebbero bene ad accelerare il passo.

Durante le estati come questa, in notti come quella che inizia, non bisogna spingersi fin là.




 

ÉLÉONORE SANZ

Agosto.

Quella notte là.

Il cimitero.

Il caldo.

Ci saranno altri giorni, vedrete; giorni già passati: li riconoscerete –

Una bara è aperta. Terra rivoltata. Cadavere di una giovane donna.

Due uomini vestiti di pelle.

Due uomini di fretta.

 

DAN. Non con le dita, con le dita non arrivi a niente, non vedi che è ancora nuova? Prendi le tenaglie.

IVAN. Non posso. Alle donne, non posso cavargli i denti.

DAN. Questa è nuova.

IVAN. Sto male. L’odore, non posso più. Fa troppo caldo.

DAN. Prendi il mio foulard.

IVAN. Leviamoci dai piedi, Dan, ti prego.

DAN. Non se ne parla. Prendi il mio foulard.

IVAN. Però non voglio cavarle i denti.

DAN. Occupati degli anelli.

IVAN. Gli anelli sì, gli anelli vengono da soli.

DAN. Sbrigati.

IVAN. Tu t’occupi dei denti. Prendi le tenaglie.

DAN. D’oro, quanti?

IVAN. Due premolari. A destra.

DAN. Visto.

IVAN. Dan, non vengono.

DAN. Cosa?

IVAN. Gli anelli, non vengono.

DAN. Prendi il coltello. Taglia il dito.

IVAN. Non melo chiedere, oggi no. Allora preferisco cavarle i denti.

DAN. Levarle la collana, ti va a genio?

IVAN. Voglio andarmene. Fa troppo caldo. Il foulard non basta. Mi sento morire.

DAN. Tu non muori da nessuna parte.

IVAN. Soffoco.

DAN. Siediti e basta. Io cavo i denti, taglio le dita, tu fai il palo, ti va bene?

IVAN. OK. Bella la morta, non trovi?

DAN. Non ci provare, ti salta addosso.

IVAN. Non scherzare.

DAN. Vedi nessuno?

IVAN. Nessuno.

DAN. Asciugami il viso.

IVAN. Fatto.

DAN. Asciugami le dita.

IVAN. Sì, sì Dan.

DAN. Con questo facciamo trecentoquarantasette denti d’oro, settantatré collane, centoventitré bracciali, trentotto braccialetti, un centinaio di paia di orecchini e qualcosa come duecentoventi anelli. Senza contare le scarpe di coccodrillo.

IVAN. E i foulard Hermès.

DAN. Stì morti, vivono nel lusso.

IVAN. Non scherzare.

DAN. Ancora nessuno?

IVAN. Tranquillo.

DAN. Con quello in fondo è dura.

IVAN. Lascia perdere.

DAN. Cazzo, resiste.

IVAN. Come si chiama?

DAN. Chi?

IVAN. Lei.

DAN. Che ne so. Ti starà scritto sotto al culo.

IVAN. Éléonore Sanz.

DAN. Sta’ zitto, Ivan.

IVAN. Bello Éléonore.

DAN. Asciugami la fronte. Sta’ zitto.

 

Lungo il grande muro, laggiù, passa Dolorès. Incinta di sette mesi. Indossa un abito da sposa con lo strascico che scivola tra le pietre.

 

IVAN. Piangi?

DAN. Sei proprio stronzo. È sudore. Colpa dei buchi nell’ozono, l’ho visto in tv, dicono che col caldo e il freddo sarà sempre peggio, tutto si sregola. E io sudo, capisci?

IVAN. Mica c’è niente di male a piangere, dico io, anche per un uomo.

DAN. È sudore!

IVAN. Capito.

IVAN. Di cosa credi che è morta?

DAN. Me ne fotto.

IVAN. Comunque, la sua tomba fa schifo. Solo terra. Non voglio che mi mettano in terra, direttamente, cioè, nei muri della mia tomba voglio cemento armato, e la maiolica, i motivi arabi mi piacciono. Voglio che accendono le candele, che non lasceranno spegnere mai. Capisci, mai. Nemmeno una fiamma per dire che qualcuno si ricorda di te, è come morire un’altra volta.

DAN. Nessuno?

IVAN. Dan, è chiuso, non si fa vivo nessuno. Nessuno, tranne i cercatori d’oro.

DAN. Non scherzare.

IVAN. Cosa?

DAN. Sto per vomitare.

IVAN. Hai tirato via il premolare ?

DAN. Fanculo, Ivan. Non mi sento bene adesso.

IVAN. Mica ci sei andato leggero.

DAN. Non mi sento bene.

IVAN. Leviamoci dai piedi, vieni.

DAN. Mi sento morire.

IVAN. Dan, queste sono frasi mie.

DAN. Ivan, parlami.

IVAN. Di cosa?

DAN. Ho una botta di caldo.

IVAN. Io sto bene Dan, sto bene.

DAN. Non ti chiedo come stai, ti chiedo di dirmi qualcosa. Parlami della Svizzera.

IVAN. La Svizzera è un paese calmo e pulito con i pascoli verdi ….

DAN. Taglia corto.

IVAN. Ci leveremo da qui con i nostri gingilli dentro le valigie, laggiù in Svizzera dei nostri gingilli ne faremo banconote più verdi dei pascoli e un banchiere ci sbaverà dietro. Faremo investimenti finanziari a tassi super vantaggiosi. Compreremo degli chalet confinanti ai piedi delle piste, con telecamere di sorveglianza dappertutto. Il tizio responsabile del sistema video avrà la sua capanna in giardino, vicino alla funivia. Avremo le nostre mogli a portata di mano e ce la passeremo strabene. A Laurie comprerò dei fiori tutti i giorni, delle orchidee selvagge.

DAN. Avremo tutte le donne che vogliamo, fratellino.

IVAN. Mi basta Laurie.

DAN. Lascia perdere la tua piscialletto, ti ci vuole una bella svizzera ricca sfondata.

IVAN. Fanculo Dan, io amo solo lei.

DAN. Tu ritiri “fanculo”. Subito.

IVAN. Ritiro, d’accordo.

DAN. Stronzetto.

IVAN. Ritira “stronzetto”, se no dico a tutti che piangi quando strappi i denti ai morti.

DAN. È sudore!

IVAN. Laurie, io la porto in Svizzera, capito?

DAN. Se vuoi.

IVAN. Come va?

DAN. Meglio.

IVAN. Allora, ci leviamo dai piedi?

DAN. Sì!

IVAN. Tocca a te dire la preghiera.

DAN. Lo so.

IVAN. Sbrigati.

DAN. Lasciami solo con lei.

IVAN. Perché?

DAN. Prendi i gingilli. I denti, gli anelli, tieni, prendi tutto. Gli attrezzi, li asciughi. Sistemi tutto col resto. Non lasci niente in giro. Ti guardi alle spalle quando cammini sui viali. Ti guardi davanti. Sui lati. Non fare niente a caso. Ti raggiungo alla cappella.

IVAN. Sbrigati. Laurie mi aspetta per andare al cinema.

DAN. Fila.

 

Ivan fila via.

Dan si asciuga il viso col foulard pieno di sangue.

 

DAN. Ave Maria, piena di grazia….Porca troia, si crepa….Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te…..

 

Ricompare Ivan.

 

IVAN. Dan!

DAN. Che gridi! Ivan, più piano! Cosa?

IVAN. Dan, un uomo!

DAN. Cosa? Dove?

IVAN. Al buio, un uomo, ha un ferro, Dan, l’ho visto, un ferro!

DAN. Fuori dalle palle! Non ho finito la preghiera.

IVAN. Sei scemo o cosa? Bisogna levarci dai piedi!

DAN. Fratellino, va’ a cambiarti!

IVAN. A cambiarmi cosa? Perché a cambiarmi?

DAN. Non discutere, ho capito. Non è la canicola.

IVAN. Dan, hanno aperto il portale. Dan ci sta gente….Dan, ci stanno Papà e Laurie. Dan, che cos’è?

DAN. Va’ a cambiarti.

IVAN. Perché a cambiarmi, porca miseria?

DAN. È il mio funerale, mi sa proprio.

IVAN. Il tuo funerale?

DAN. Fuori dalle palle ti dico!

 

Dan bacia Ivan sulla bocca.

Si sente uno sparo.

Ivan scompare.

Dan riprende la preghiera sulla tomba di Éléonore.

 

DAN. Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te……

 



Estratto dal testo inedito in Italia Intorno alla mia pietra non farà notte di Fabrice Melquiot, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia), la SACD (Francia) e l’Arche Éditeur, che oltre ad essere la casa editrice di Fabrice Melquiot, è anche il suo agente teatrale.

Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: sp@simonapolvani.com

Tutti i diritti riservati

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 ALBATROS

di Fabrice Melquiot

traduzione di Simona Polvani

albatros

Il testo teatrale Albatros (Albatros, L’Arche Éditeur, Paris, dell’autore francese Fabrice Melquiot consigliato per un pubblico dai 7 ai 12 anni, ma in realtà per un pubblico di ogni età – è una parabola moderna, che con grande fantasia, umorismo e grazia ci pone di fronte al tema dell’amore e della solitudine nei rapporti delicati tra figli e genitori, con un finale dolce amaro.
Protagonisti sono Casper, 12 anni e la sua amica Monetina, 10 anni. Invece di andare a scuola, i due ragazzini spesso rimangono a guardare le auto ad un incrocio, e gli “uomini in nero”, the men in  black, uscire dalle loro auto e fanno un gioco. Un giorno in cui Casper è da solo, gli appare il Genio dell’Olio di gomito. Gli annuncia che fra tre giorni il mondo sarà distrutto e che lui, Casper, è stato scelto per salvare sette persone che ricostruiranno la vita umana sulla terra dopo il cataclisma. Tre giorni in cui Casper incrocerà per la strada, sempre in compagnia di Monetina, dei personaggi vivaci, comici e strazianti: l’Uomo che corre (e i suoi amori), l’Uomo che non ha più niente (eccetto un piccione), e anche la temibile madre di Monetina. Tutto questo al suono delle rane annunciatrici del diluvio.

Albatros è stato presentato per la prima volta in Italia in forma di mise en espace, a cura di Sandro Mabellini, con Chiara Verzola, Enrico Falaschi, Alberto Caramel, ad Opere Festival 2006 (Castello Odescalchi di Bracciano). Produzione Il Battello Ebbro in collaborazione con Teatrino dei Fondi di Corrazzano (PI). Nel 2008 Mabellini lo ha messo in scena con Chiara Verzola, Alberto Caramel e William Pagano al Festival Quartieri dell’Arte, Scuderie Palazzo Farnese, Caprarola (VT).

Sempre nel 2008, con la regia di Enrico Falaschi, e l’interpretazione dello stesso Falaschi, di Michela Marmugi, Mauro Pasqualini e di Romana Rocchino è stato portato in scena nella rassegna “Sugli alberi crescono i Teatri – appuntamenti di drammaturgia contemporanea” al Polispazio Hellana di Agliana (PT).



Personaggi

Casper, 12 anni

Monetina, 10 anni

Il Genio dell’Olio di Gomito

L’uomo che corre

L’uomo che non ha più niente

 La Madre di Monetina



 

1.Tre Scale

In una città dove la morte passa come un razzo: ambulanze, carri funebri, camion frigorifero.

Due bambini a un incrocio.

Lì hanno l’abitudine di ritrovarsi l’uno vicino all’altro, insieme guardano passare le auto e fanno scommesse sui testa coda.

Spesso si siedono su tre gradini di una scala, ai piedi di uno stabile con la facciata piena di graffiti: il loro luogo di appuntamento; tra loro, lo chiamano, le Tre Scale.

 Questa mattina dovrebbero essere a scuola.

Invece, il ragazzino è disteso sul marciapiede, con la schiena contro la Prima Scala si rosicchia le unghie.

Ha una testa d’angelo o di futuro principe, ma sotto la pelle gli cresce una tigna.

La ragazzina forse è un po’ più giovane di lui e non è poco quando si hanno tra i dieci e i dodici anni.

Ha una testa da pugile, piena di vecchie botte. Da credere che apra le porte senza mani. Comunque, farebbe crollare qualunque ragazzo della scuola. Se ci andasse più spesso.

Lei non si rosicchia le unghie; piange guardando passare la morte in pompa magna.

La ragazza non guarda il ragazzo, neppure per un momento. Eppure, il ragazzo la guarda.

 

Casper

Secondo te, come fanno gli uccelli quando non hanno più le zampe, si posano sulla pancia?

Monetina

Com’è possibile Casper?

Casper

Come fanno i morti, quando hanno solo le ossa, ad avvelenarsi il sangue?

Monetina

Com’è possibile?

 

Casper

E le lucertole, perché riscrescono e noi no?

Monetina

Non è possibile.

All’improvviso, Monetina si volta e dà una testata sul muro dello stabile. 

Sulla fronte, sanguina un po’.

 

Casper

Monetina, quando sarai grande sarai un bulldozer.

Monetina

Mica voglio fare il buttafuori nei locali notturni, mia madre dice che non è un mestiere. I bicchieri, lei li preferisce mezzi pieni.

Casper

Allora bulldozer.

Monetina

Vado a fare le valigie, Casper, fare le mie valigie, e hasta luego, Casper te lo dico chiaro e tondo: auf wiedersen. Casper?

Casper

Monetina, un giorno, avrai dei problemi con la polizia, per colpa delle botte che batti dappertutto, non stanno con le mani in mano e hanno mani lunghe come i processi, mica avevo mai notato che la pula le avesse così lunghe. Sta sui giornali. Smettila di picchiare dappertutto, abbiamo una testa sola e la polizia pizzica.

Monetina

Me la compro la mia cantina, sarà togo. Avrò così tante monetine Casper, che sarà un palazzo presidenziale la mia cantina. Non c’è più niente che mi trattiene qui. Casper?

Casper

E io chi sono, il due di briscola?

Monetina

Hai detto qualcosa?

Casper

Guarda, Monetina, laggiù, la berlina nera!

Monetina

Ho voglia di tirargli una testata sul parafango a quelle carrette, da quando.

 

Casper

Monetina, ti urti per un niente, pensa agli sbirri.

Monetina

Ne abbiamo guardate milioni di quelle auto all’incrocio, col sedere sulle Tre Scale, milioni, di tutti i colori e di tutte le marche, però mai, mai frignare, questo no però, la sfiga, proprio, Casper non vedo l’ora d’avere la mia cantina per nascondermi, nascondermi per piangere perché ora, chiunque potrebbe credere che per te ho degli affari come dei sentimenti, ma che cavolate, piango per te ma che cavolate, cavolate, Monetina e Casper noi siamo un’altra cosa, non ho sentimenti, più niente, sarà un’altra cosa, sempre.

Casper

Camion frigorifero, ambulanze, due carri funebri: quanto si muore in questo posto!

Monetina

Chi mi racconterà la storia degli uomini in nero quando sarò da sola al caldo in cantina?

Casper

Io, chi altro vorresti?

Monetina

La vita mi sembra arcidisgustosa. Con quella sua aria di dare a credere che è bella.

Dà un’altra testata sul muro.

 

Casper

Se ti racconto ancora la storia degli uomini in nero, la smetti di spaccarti il cranio?

Monetina

Mai più c’avrò dei sentimenti.

Casper

La smetti?

Monetina

La faccio finita con queste cose.

 

 

Casper

Monetina, devo dire una cosa….

 

Monetina

Non amerò più nessuno col cuore, amerò coi piedi, il mio amore camminerà di traverso e puzzerà, così impareranno.

 

Casper

Non mi chiedere il motivo di quello che ti sto per dire, è che ce l’ho nel cuore da un sacco d’anni e ora bisogna che salti fuori. Monetina, mio padre, prima che fossi un feto con la testa di topo, prima che mi chiamassi come mi chiamo, Monetina, lo vuoi sapere?

Monetina

Non saprò mai cos’è l’amore.

Casper

Mio padre, voleva chiamarmi Jean-Tarzan.

Monetina

Mannaggia!

Casper

Perché voleva che suo figlio fosse normale come tutti e allo stesso tempo voleva che avessi qualcosina fuori dalla norma, allora Jean-Tarzan.

Monetina

Tutto ritorna alla normalità, è così che finirò.

 

Casper

Per fortuna, mia madre è meno matta.

Monetina

Ahi!

Casper

Te ne freghi di quello che racconto.

Monetina

Me ne vado.

 

 

Casper

Cosa?

Monetina

Mi servono delle monetine per comprare la cantina.

Si alza.

 

Casper

Ma….

Monetina

Comprare la cantina, poi amare coi piedi.

Casper

Aspettami, dove vai?

Monetina

E un cerotto.

Casper

Resta, non abbiamo neppure visto una Jaguar stamani, con la belva d’argento come piace a te, resta, guardiamo le auto e gli uomini in nero.

Lei ricade ai piedi delle Tre Scale, come una marionetta alla quale hanno ad un tratto lasciato andare i fili.

Monetina

Mica togo è il dolore, mi butta a terra.

Casper

Il dolore di cosa? Tua madre t’ha pestata?

Monetina

In confronto a questo, anche mia madre è toga.

Casper

Resta, ti racconto la storia degli uomini in nero.

Monetina

Se solo potessi raccontarmi la storia degli uomini in nero.

 

Casper

Sei sorda o cosa, t’ho detto te la racconto, t’ho detto smettila di picchiare sui muri, se no quando sarai grande sarai come Beethoven, scriverai della musica che neanche sentirai e finirai pazza con l’impressione di scrivere per i cani.

Monetina (che dice questa frase come ha l’abitudine di farlo Casper)

“ Diventerò qualcuno”.

Casper

Diventerò qualcuno, sono io che lo dico! Ma se la vuoi, te la do, la mia frase, proprio perché sei tu e quello che è mio è tuo, ma io no.

Lei piange.

 

Monetina

Proprio una femmina!

Casper

Questa frase te la lascio.

Monetina

Nemmeno riesco più a trascinarmi da quanto sono di piombo dalla testa ai piedi, tutta indurita.

Casper

Tua madre mica ti pesterà più Monetina! Ti porterò super lontano e diventeremo qualcuno. Le auto, mica le guarderemo più passare, le compreremo, rivenderemo, noleggeremo, regaleremo, ne bruceremo a dozzine per il nostro compleanno, te lo dico, per il nostro compleanno, quando saremo qualcuno, è sulle auto che soffieremo, se tua madre ti pesta ancora si deve chiamare la polizia, forse, o la televisione?

Monetina

Ti amo.

Silenzio.

 

Casper

Chiudi il becco!

Monetina

Almeno una volta te l’ho detto, anche se….

 

Casper

Chiudi il becco, chiudi il becco, chiudi il becco, avevamo detto che non ci amavamo, avevamo detto no, no e no, sei proprio una femmina!

Monetina

Col cuore.

 

Casper

Se ci amiamo, non potremo diventare qualcuno, quando ci si ama troppo piccoli porca miseria testa di rapa, quando ci si ama a un’età non tanto avanzata, non si può diventare qualcuno, perché si pensa solo a fare dei figli e quando piangono li picchiamo, perché siamo troppo piccoli per reggerli, pesano pesano allora meniamo, guarda tua madre, guarda mio padre, chiudi il becco, non dire che ci amiamo, chiudi il becco, noi siamo un’altra cosa, prima diventiamo qualcuno, poi ne riparliamo.

Silenzio.

 

 

Casper

Scusa per “chiudi il becco”, volevo dire stai zitta.

Monetina

Hai detto qualcosa?

Casper

Scusa.

Monetina

La vita si cambia con uno schiocco di dita. Credi che vadano in panne le nuvole?

 

Casper

Se vanno in panne, evaporano.

Silenzio

 

Monetina

Ti sento.

Casper

Ancora non sei tutta turata, anche se sulla buona strada.

Monetina

Ti sento, Casper, ti sento.

Casper

Va bene, ho capito.

Monetina

La berlina nera, guarda il tipo. Secondo te?

Casper

Dico gangster.

 

Monetina

Dico uomo politico.

 

Casper.

Uomo politico no, guarda bene. Non ho detto niente, mi correggo aspetta, non so più. Guarda sui lati come se fosse seguito. Ha gli occhiali neri sul naso, incollati bene, l’abito di buon taglio, bello nero. Però sorride enormemente, però ha i denti enormemente bianchi, dico che è una star, non un gangster, mi correggo, ho detto star.

Monetina

No, osserva aspetta non ho detto niente, propendo per una star.

Casper

Solo buona a copiare, proprio una femmina!

Monetina (che racconta, come Casper le ha raccontato, la storia degli uomini in nero che suo padre ha raccontato a lui).

“Ci sono quattro tipi di uomini in nero anche se sono tutti uomini in nero. All’inizio si vedono questi uomini in nero e quando non li conosci, poiché tuo padre non t’ha mai spiegato chi sono, non puoi sapere che ce ne sono di quattro tipi, ma quando lo sai, non li guardi più come prima. Hanno abiti neri, occhiali neri e auto nere, fino a qui tutto a posto, anche se comunque non è molto allegro vestirsi come per seppellire la gente, 24 ore su 24. Dicevamo quindi: ci sono quattro tipi di uomo in nero. Quattro: le star, gli uomini politici, i gangster e la gente che vuole diventare gangster, star o uomo politico. Gli altri, si vestono in modo diverso oppure seppelliscono la gente davvero …”

Casper (che imita suo padre come gli racconta sempre).

“Quando avrai capito questo, avrai capito tutto. Sarai armato per affrontare la vita e diventare qualcuno”. Uno qualunque, eccetto uno di quelli là. Mio padre è categorico, divento chi voglio, ma no un uomo in nero. Se no finisci per decolorarti i capelli, o sottrarre fondi pubblici, o ammazzare un deputato. La vita, non è questa. La vita, è olio di gomito.

Monetina

Solo farabutti. Mi comprerò una cantina e nessuno c’entrerà.

Si alza. Prova a fare un passo. Cammina con una prudenza da equilibrista.

 

Casper

Dove vai?

Lei non risponde. Come se la paura di cadere l’avesse lasciata, cammina sempre più veloce e sempre più veloce si allontana.

 

Casper

Va’ dove vuoi. Ma stasera ti aspetto qui. Dopo merenda, per guardare le auto. E se tua madre ti mena, le guardiamo prima, se ti va. Vieni a cercarmi. Quando ti pare!

Silenzio.



Estratto dal testo inedito Albatros di Fabrice Melquiot, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia), la SACD (Francia) e l’Arche Éditeur, che oltre ad essere la casa editrice di Fabrice Melquiot, è anche il suo agente teatrale.

Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: sp@simonapolvani.com

Tutti i diritti riservati

Chères amies et chers amis,
le 10 février 2016 Gao Xingjian a participé à une rencontre
à l’Institut Culturel Italien de Paris. 
Il a présenté un de ses dernières livres publiés en Italie,
Sull’orlo della vita.
J’ai eu plaisir de traduire cette pièce.
La rencontre a été enregistrée, voici la vidéo intégrale. 
Bonne vision!


Rencontre avec Gao Xingjian, Prix Nobel de la Littérature, à l’Institut Culturel Italien de Paris

Marina Valensise, Directrice de l’IIC, dialogue avec Gao Xingjian.
Narrateur, dramaturge, traducteur, essayiste et peintre, Gao Xingjian est le premier écrivain chinois qui ait remporté le Prix Nobel en l’an 2000. Rééduqué sous la révolution culturelle, exilé par les post-maoïstes, il vit à Paris depuis presque trente ans.

Pour fêter l’édition hors commerce d’un des ses derniers livres, Sull’orlo della vita, traduit par Simona Polvani et publié par les “Cento amici del libro” une association d’amateurs de livres d’art animée par la typographe Anna Ziliotto, il a accepté de venir parler de son œuvre littéraire, de ses derniers travaux, de son idée de l’art et de la littérature, et de sa situation de témoin direct de la révolution culturelle et de victime des ravages qui ont suivi l’ère maoïste.

 

 

 

 

IL RAGAZZO GIRAFFA

di Christophe Pellet

traduzione di Simona Polvani

 

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

 

Il Ragazzo giraffa (L’Arche Éditeur, 2000), testo con cui Christophe Pellet ha debuttato nella drammaturgia, pubblicato dall’Arche Editeur nel 2000, è una trilogia complessa ed entusiasmante, che dagli anni ottanta all’inizio degli anni duemila coglie alcuni cambiamenti importanti all’interno della nostra società. Da fine osservatore, Christophe Pellet non solo registra alcune evoluzioni nella sua generazione, ma le intuisce e anticipa. L’amore pare cambiare natura. Le coppie e le famiglie sono formate da genitori dello stesso sesso, i sentimenti sono più confusi e ibridi, si pongono le questioni di genere, le donne appaiono forti, gli uomini fragili. Un testo provocatorio ed estremamente attuale, scritto in uno stile che richiama il linguaggio universale del cinema, di cui Pellet, da sceneggiatore e regista cinematografico, è sapiente conoscitore.

Ho tradotto la terza parte della pièce che, intitolata Il Ragazzo giraffa, dà il titolo alla trilogia, nel 2003, per la messa in scena realizzata da Pierpaolo Sepe l’anno successivo a Quartieri dell’Arte- Festival internazionale di teatro. Ne ho completato la traduzione, con la prima parte Ancora un anno per niente e la seconda Dove il dente duole, nel 2009, durante una residenza d’autore-traduttore al Centre National des écritures du spectacle “La Chartreuse” di Villeneuve – lez -Avignon (Francia), con borsa di traduzione dell’Association Beaumarchais/SACD.

Al link qui di seguito il video di una lettura scenica del testo realizzata nel 2013 al Théâtre du Rond Point a Parigi con la regia di Anne Théron.

http://www.dailymotion.com/video/x16t96t_le-garcon-girafe-lecture-publique_creation

 

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

 

L’inizio della pièce

 

PERSONNAGGI :

 

CLARISSE DELTOUR  

NATHALIE DULLAC

JULIEN MORESTIN

NORMAN REES

JIM MARTENOT

IL RAGAZZO CON L’IMPERMEABILE

L’UOMO DI QUARANTA ANNI

THIERRY PETIT

NILS DULLAC

LUCIE CHASLES

LUCAS NEVEUX

 

LUOGHI:

Prima parte: una cittadina in riva all’oceano:

(negli anni ottanta)

Seconda parte: una capitale europea:

(negli anni novanta)

Terza parte: la cittadina in riva all’oceano

(inizio del ventunesimo secolo)

 

DISTRIBUZIONE DEI RUOLI:

Clarisse Deltour

Nathalie Dullac

Julien Morestin

Norman Rees / Il ragazzo con l’impermeabile / Nils Dullac

Jim Martenot / Lucas

Lucie Chasles

L’uomo di quaranta anni/ Thierry Petit

 

 

PRIMA PARTE 

UN ALTRO ANNO PER NIENTE

Gli anni ottanta

 

1. Un caffè

Musica d’ambiente.

Julien Morestin è a un tavolino, davanti a lui un bicchiere di birra. Non sta facendo niente. Aspetta. È l’unico cliente visibile.

Appare Norman Rees e gli si accomoda accanto.

Entrambi hanno una ventina d’anni. Julien è rosso, Norman biondo.

 

Julien : Che prendi? Io un’altra birra.

Norman : No. Niente birra. Ho bevuto abbastanza ieri sera. (Riflette) Forse…..qualcosa di gassato.

Julien : Allora una coca?

Norman : No. Qualcosa di gassato, ma senza zucchero… Aspetta… (Riflette)

Julien : Un’acqua minerale?

Norman :No. ….Francamente no. Che tristezza. Per di più ho sete. Bene, prendimi una birra: è gassata, è senza zucchero.

Julien : (Fa un cenno) Due birre per favore…..

(Pausa)

Norman : È andata bene la festa di ieri, no? É andata bene, non ti pare?

Julien: Sì. Mi è piaciuta molto.

Norman: Ero ubriaco. Come sono quando sono ubriaco? Per esempio, come ero ieri sera?  Andava, ti pare ?

Julien: Ma sì….Eri normale, insomma.

Norman : Normale? Ma no, visto che ero ubriaco. Mica normale. Com’ero con Clarisse ? Parlavo forte, no?

Julien : No. Come si deve, credo. Non più degli altri.

Appare Nathalie Dullac (la cameriera): una trentina d’anni, bruna. Posa due bicchieri di birra sul tavolo e si ritira. 

Norman : Allora stavo bene? Come esattamente? Com’ero con Clarisse? Parlavo forte. Sono sicuro che parlavo forte. E avevo l’aria da ubriaco?  Francamente?

Julien : (Beve una sorsata) Sei andato a letto con Clarisse?

Norman : (Sorpreso) Ma no. Perché dici così?

Julien : Per niente. (Silenzio) Ho quell’appuntamento tra una mezzora. Ho paura, è stupido. Se ho il posto di lavoro, più problemi di soldi. E un bel po’ di tempo libero. Il paradiso.

(Silenzio)

Norman : Perché mi chiedi se sono andato a letto con Clarisse?

Julien : Non so. Così.

Norman : Che cosa te lo fa pensare? Perché Clarisse ed io così, ora? Hai visto qualcosa ieri sera? Com’ero? Ubriaco? È per questo? Che cosa ho detto? (Riflette) Niente di particolare, me ne ricordo. Parlavo forte, sì. Ma niente di particolare.

Julien : No, niente. Mi chiedo in quanti saremo a presentarci per il posto. Sì, è andata bene la festa di ieri. Proprio quello che mi ci voleva per non pensare troppo a oggi, a adesso. È un bene  che tu sia qui con me, adesso, subito prima. Non bevi la birra?

Norman : No. Ho bevuto troppo ieri. Ero davvero ubriaco, eh?

Julien : (Prende il bicchiere di Norman) Posso bere allora?

Norman : È Clarisse che ti ci ha fatto pensare?

Julien : A cosa? La bevo, allora. (Beve)

Norman : Questa idea che hai: vederci assieme, lei e me.

Julien : No, solo un’idea così. Un’idea passeggera. Nient’altro.

Norman : (Nervoso) Invece no, non è niente. Allora sono io? Che cosa ho fatto….? Non ricordo più. Ero pesante con lei? Appiccicoso? E come sono quando sono ubriaco? Perché pensi che siamo andati a letto assieme? A causa sua? Mia? Di cosa? Di noi due?

Julien : Invece no. Solo per sapere.

Norman : Invece sì. Dimmi: ho parlato? Ho detto delle cose? Parlo forte quando sono ubriaco, eh? Parlo forte, lo so. E la mia voce, com’era? Acuta? Brutta.

Julien : No, no. Come al solito.

Norman: Ho sempre quella voce là? È brutta allora. Vero che è brutta? Non mi piace la mia voce. Un giorno l’ho sentita in una registrazione. Te ne ricordi. Avevi registrato una conversazione durante  una festa. C’eravamo ascoltati, dopo.

Julien: È stato dieci anni fa. La tua voce è cambiata da allora.

Norman: No. È ancora così acuta. E quando sono ubriaco, è peggio. Dimmelo che è peggio, visto che è la verità.

Julien : Non è meglio. Come per tutti. Niente di più. Finisco la tua birra. (Beve) 

Norman : Ero uno schifo, ieri sera, eh?

Julien : (Posa il bicchiere vuoto) Invece no. Stavi bene.

Norman : Ah sì? Stavo bene? Ma cosa? Bene come? Solo bene? Poco fa mi hai detto che ero normale. Non ero normale, visto che stavo bene. Stavo bene come un ubriaco?

Julien : Stavi bene. È tutto.

Norman : È tutto? Allora non così bene. Non ero come al solito, mica normale. È così quando si è ubriachi. La voce cambia, si parla forte. Com’ero io? E con Clarisse? Perché proprio dopo questa festa, questa idea che siamo andati a letto assieme? C’è stato qualcosa? È lei forse? Hai visto qualcosa?

Julien :Che cosa vuoi farmi dire?

Norman : Ma sei tu che vuoi farmi dire. Se sono andato a letto con Clarisse: no, no e no!

Julien : Bene. Benissimo allora.

Norman : Perché benissimo? Sei contento?

Julien : Ma no. Devo andare là. (Si alza)  Mi aspetti? Non durerà molto. Sto bene?

Norman : Sì, va bene.

Julien : Bene. A subito.

(Esce. Norman, immobile, aspetta)

BUIO

 

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SECONDA PARTE

DOVE IL DENTE DUOLE

Gli anni novanta

 

1. Una camera.

Jim Martenot, trenta anni, lunghi capelli bruni, ha in mano una lattina di birra. Clarisse si toglie la giacca. 

 

Clarisse : Non ci sono molti libri a casa tua.

Jim : Sì, guarda, da quella parte…Ce ne sono.

Clarisse : “Jacques il fatalista”, ” Il Tartufo “.”Illusioni perdute”. Sì. (Disincantata) “Illusioni perdute”. Il programma della maturità, insomma.

Jim: (Posa la birra, abbraccia Clarisse) Adoro i tuoi occhi. Adoro la loro indifferenza.

Clarisse: Occhi di cerva o di cerbiatto.

Jim:  Occhi di bambina.

Clarisse:  (Si libera) Quando Julien incrocia lo sguardo di certe donne, pensa agli occhi dei cerbiatti. O a quelli delle cerve.

Jim: È tanto tempo che state insieme?  (Silenzio) Non ha l’aria tanto cattiva per un cacciatore. In ogni caso, stasera, non ha fatto niente per trattenerti.

(Tenta di baciare Clarisse. Lei lo respinge)

Clarisse: Julien, un cacciatore?

Jim: (Recupera la birra, la finisce) Fa la posta. A forza di sparare a vista, finirà per colpire qualcosa.

Clarisse : Non prenderà niente. È come se portasse dentro di sé – forse ancora di più nel chiaroscuro dei suoi occhi grigi -la durezza e la fragilità del vetro. Toccandolo potrei tagliarmi come frantumarlo.

Jim: Capisco. (Passa una mano sotto il pull di Clarisse:) I tuoi seni, mi piacciono anche i tuoi seni, sai. (Solleva il pull di Clarisse) I seni delle ragazze, li mangerei crudi.

Clarisse: (Lo respinge) No, non stasera. (Jim prende un’altra lattina di birra, l’apre, beve, si allunga per terra) Smetti di bere, è quello che ti eccita.

Jim: Vattene.

Clarisse: Mi piacciono le tue braccia, e le tue mani. Anche il tuo viso. E la tua voce.

Jim:  E io adoro i tuoi seni, se lo vuoi sapere. (Disarmato bruscamente, si raddrizza su un gomito: ) Io ti piaccio e tu mi piaci. Cosa allora? È Julien? Da quando state assieme?

Clarisse: È il tuo collo, credo, che mi piace di più.  Con i tuoi capelli lunghi, è difficile giudicare.

Jim: A domani, allora? Vorrai, domani?

Clarisse: Prima che me ne vada, alzati almeno.

(Jim si rialza)

Clarisse: Voltati. (Jim si volta) Tirati su i capelli. (Jim si passa una mano tra i capelli) Più in alto. (Li tira su: appare la nuca) Ora abbassa la testa. (Jim abbassa la testa) Sei docile?

Jim: Posso esserlo. (Cade in ginocchio:) Posso essere anche violento. (Sbatte la fronte sul pavimento) Signore, dammi questa ragazza!

(Pausa)

Clarisse: Preghiera esaudita.

 

BUIO

 

 

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TERZA PARTE

IL RAGAZZO GIRAFFA

Inizio del ventunesimo secolo

 

PRIMA GIORNATA

 

1. Parco di una cittadina in riva al mare

Lucas Neveux, un giovane di una ventina d’anni dai capelli scuri, tagliati molto corti e Lucie Chasles, stessa età, una lunga capigliatura scura, sono abbracciati. Ai piedi di Lucie, una valigia.

Si stringono e si baciano.

Lucas: Come sono gli Inglesi?

Lucie: Le ragazze: non male. I ragazzi, meno bene. Lucas…..(Lei si divincola dall’abbraccio) Hai parlato con Nils? (Lucas abbassa la testa) Non gli hai detto niente. (Silenzio) Sei un vigliacco, ecco tutto.

Lucas: È con te che vuole partire. Tocca a te parlargli.

Lucie: Perché tu non c’entri niente con questa storia, no? È con te che rimango. (Lui si volta) Mi nascondi qualcosa. Dall’inizio. C’è qualcos’altro.

(Silenzio)

Lucas: Sì. C’è qualcos’altro.

BUIO

 

2. Una camera d’hotel.

Arredamento sommario: un letto, un tavolo, un lavabo davanti a uno specchio. Julien Morestin entra. Indossa un paio di occhiali da vista, i suoi capelli rossi sono ora radi. Posa la sua borsa da viaggio sul letto, si dirige verso il lavabo, fa scorrere l’acqua un istante, richiude il rubinetto, si osserva nello specchio.

Poi si siede sul letto, apre la borsa, tira fuori la pianta di una città, la spiega e le dà un rapido sguardo.

BUIO 

 

3. Il parco

Lucas e Lucie sono seduti su una panchina. Posata a terra, la valigia. Lucie tira fuori dalla sua borsa un foulard verde fluorescente e lo annoda ai capelli. 

 

Lucas: Non voglio provocare un dispiacere a Nils. È al di sopra delle mie forze.

Lucie: Tu hai ancora un debole per lui.

Lucas: È stata solo un’esperienza, nient’altro.

Lucie: E da parte sua?

Lucas: Non ne sono sicuro.

Lucie: Non gli hai chiesto niente?

Lucas: Non parliamo di queste cose.

Lucie: Lo fate d’istinto? Come gli animali? (Pausa) È durato a lungo?

Lucas: Diluito nel tempo. In maniera….sporadica.

Lucie: Sporadica?

Lucas: Ma è finita con lui. Adesso ci sei tu. E se non fossi tu, sarebbe un’altra.

Lucie: Grazie, fa sempre piacere sentire certe….

Lucas: Non è quello che voglio dire.

(Silenzio)

Lucie: Il vento si alza. Finalmente. (Lucas con un gesto molto dolce, amoroso, toglie il foulard a Lucie)

 Lucas: Venga. Lo aspetto

(I capelli di Lucie si sciolgono, ondeggiano leggermente nel vento. Lucas la guarda, soggiogato)

BUIO

 

4. La camera d’hotel

Julien, torso nudo, si rade con un rasoio davanti allo specchio. Ha tolto gli occhiali. I suoi gesti sono precisi, lenti. A tratti si osserva con attenzione, sospendendo i gesti. Poi riprende. Quando ha finito, si asciuga il resto della schiuma da barba con un asciugamano, senza togliere lo sguardo dallo specchio.

BUIO

 

5. Il parco

Lucie e Lucas sulla stessa panchina.

Lucie: Tra te e Nils, quando è stata l’ultima volta?

Lucas: È parecchio tempo.

(Lei prende il viso di Lucas tra le mani, lo guarda negli occhi. Lui evita il suo sguardo)

Lucie: Quando? (Silenzio) Lucas, quando?

Lucas: (Tutto di un fiato) Un mese fa….

Lucie: (Demoralizzata) Giusto prima che ci mettessimo assieme tu ed io?

Lucas: (Smarrito) Ma in quel momento anche tu stavi ancora con lui, ricordatelo!

Lucie: È colpa mia allora?

Lucas: Non lo so. Ognuno ci ha messo del suo, ecco. Una cattiva congiunzione.

Lucie: Adesso, capisco perché non osi dirgli niente.

Lucas: Non ne ho la forza.

Lucie: Debolezza. O semplicemente amore.

Lucas: Glielo dirai?

Lucie: (stanca) Ma sì.

(Lei si alza. Lui la prende per la vita. Lei si divincola)

Lucas: Non mi ami più.

Lucie: Ma no….

Lucas: Cosa allora?

Lucie: I ragazzi. Non ci capisco niente. E questo alla fine mi innervosisce.

Lucas: Ma te lo spiego io.

Lucie: Non dire più niente, è meglio. È un disastro.

Lucas: In disastro, c’è “astro”.

(Lei alza le spalle, prende la valigia, annoda il foulard sui capelli)

Lucas: Non mi fare del male, Lucie.

Lucie: Ma no.

Lucas: Baciami, Lucie. Baciami per desiderio, non per consolazione.

(Lei posa la valigia e si lascia baciare. Il suo foulard si snoda portato via dal vento. Lei fa un gesto per riprenderlo. Fatica sprecata. Il gesto resta sospeso nel vuoto)

BUIO

 

6. La camera d’hotel

Julien tira fuori una polo blu dalla borsa, la infila, getta uno sguardo allo specchio, la toglie, fruga dentro la borsa, tira fuori una camicia bianca, la mette e si guarda di nuovo nello specchio.

BUIO

 

7. Una terrazza  a casa di Nathalie Dullac e Clarisse Deltour

Dà su un parco che scende sull’oceano, di cui ci arriva il rumore. Nils è assopito in una poltrona di pelle nera. Clarisse entra, una borsa della spesa in braccio. 

Non è cambiata molto: il suo viso è rimasto sorprendentemente giovane, ma nel suo sguardo predomina un sentimento d’inquietudine. Ha un foulard beige legato attorno ai capelli. Posa la borsa, toglie il foulard, lo lascia scivolare sul viso di Nils, come una carezza. Lui si sveglia. È un giovane di venti anni, dai capelli a mezza lunghezza, rossi e sottili, dalla carnagione molto pallida. Lei gli sorride.

Clarisse: Buongiorno, Nilou. (Le ricambia il sorriso, prende dalla sua tasca un paio di occhiali da vista e se li posa sul naso. Clarisse tira fuori le provviste dalla borsa) Ho riportato delle cose strane che vengono da lontano. Esotiche. Non è possibile neppure immaginare di mangiarla questa, tanto è carina. Delle cosettine leggere.

Nils: Mai leggere quanto me.

Clarisse: Due giorni senza mangiare, direi che bastino. Nathalie mi rimprovererà. (Silenzio) Nils, è necessario. Per farmi piacere

Nils: Per farti piacere? Non pensi piuttosto a Nathalie? Tu hai paura di lei. Hai paura di mia madre. (Pausa) Hai paura che lei ti lasci. Che un giorno non ritorni da uno dei suoi viaggi.

(Clarisse si volta, ferita)

Nils: Perdonami, Clarisse. Ho delle idee cupe.

Clarisse: Ti preparo qualcosa. Per farti perdonare, mangerai un po’. Adesso, mi chiami Clarisse…..Non molto tempo fa ancora io ero “mamma luna”, ricordi?

Nils: Tu rimanevi con me la sera. E la notte, quando ero malato, vegliavi su di me. Mamma era fuori, perduta tra le costellazioni.

Clarisse: Avevi paura la notte. Dicevi: “mezzanotte, è l’ora del crimine….”

Nils: E tu mi rispondevi: “mezzanotte: è anche l’ora dei sogni e delle confessioni…”

Clarisse: E lei, sempre tra due aerei. Una settimana a Tokio, un’altra a New York. (Pausa) Si alza la tempesta. Spero che il suo aereo non subirà un ritardo.

Nils: È un sole, Nathalie. Noi siamo delle figure dell’ombra, della notte.

Clarisse: Non è molto gentile quello che dici.

Nils: Allora perdonami, ancora una volta.

Clarisse: Ancora una volta ti perdono, a una sola condizione: vado a prepararti una zuppa, una buona zuppa di verdure, un zuppa della sera, poiché noi siamo- come dici?- “delle figure dell’ombra”. Ne prenderai un po’? Per Lucie, almeno. È tornata da Londra?

Nils: Oggi.

Clarisse: Hai un brutto aspetto, che cosa penserà? Ti troverà troppo magro. Non è tanto confortevole un ragazzo alto e magro.

Nils: Che cosa ne sai?

Clarisse: Ne ho conosciuto uno. Un tempo.

Nils: Chi era?

(Lei continua a svuotare le provviste, senza rispondergli)

Clarisse: Una zuppa di verdure, semplice. Non vale la pena cercare troppo lontano, in fondo.

Nils: Perché mi parli di quell’uomo? Chi era?

Clarisse: Hai un brutto aspetto. Se fossi la tua ragazza, sarei preoccupata, è tutto. Quell’uomo non ha alcuna importanza.

Nils: Era prima che ti mettessi con mia madre?

(Clarisse guarda Nils a lungo. Uno sguardo strano nel quale tutta l’inquietudine è scomparsa. Al suo posto, qualcosa di indefinito, tra il desiderio e il timore. Gli carezza i capelli, fa scivolare la mano sulla nuca del giovane, poi chiude gli occhi)

Nils: (piano) Non voglio più che mi tocchi.

 

(Clarisse ritira la mano, come si fosse bruciata al contatto con una fiamma)

 

Nils: Sto bene. Lo vedo nei loro occhi. Sto bene.

Clarisse: Nei loro occhi?

Nils: È così che loro mi amano: quando divento trasparente. Allora, non mi fanno più soffrire.

Clarisse: Ma chi?

Nils: Le persone tutt’intorno.

 

BUIO

 

Estratti dal testo inedito Il Ragazzo giraffa, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).
Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com

di SIMONA POLVANI – lunedì 1 ottobre 2012, ore 08.30

Fanny & Alexander: Chiara Lagani, Luigi De Angelis – photo courtesy by Enrico Fedrigoli

Dorothy/Francesca Mazza è interrotta. Sul punto di. Sta per. Inizia. Si arresta. Ricomincia. Daccapo. Meccanicamente. Sempre di fronte a una scelta, che dipende dalla sua volontà. Sempre di fronte. Cammina. Si siede. Ricomincia. Risponde. Gesti a scatti. Movimenti a spigoli. Tic, tic nervosi e una domanda che dovrebbe implicare risoluzioni: “Che cosa è il coraggio?”.
Nella luce del pomeriggio di fine luglio, nel cortile del carcere di Volterra, dove per il festival Volterra Teatro 2011 va in scena lo spettacolo WEST di Fanny & Alexander, assistiamo a un esperimento sulla persuasione occulta in Occidente, sulle tecniche della manipolazione sottile del linguaggio pubblicitario, in cui si intersecano motivi mitici a motivi legati alla contemporaneità, alla cronaca e ai grandi emblemi dell’occidente.
Francesca Mazza, che per questa sua innervata performance si è conquistata il Premio Ubu 2010 come miglior attrice protagonista, è messa continuamente alla prova da due persuasori, Chiara Lagani e Marco Cavalcoli, che secondo una tecnica di eterodirezione, da bordo scena, la radioguidano a distanza trasmettendole dei comandi in cuffia. La spronano all’azione in un perimetro sempre geometrico e ortodosso, persuadendola a fare ciò che mai farebbe, trasformandola in una marionetta umana, un robot radiocomandato. Micro guizzi nervosi sul suo viso e sul corpo traducono a pelle lo sfibramento della volontà e insieme la tenacia del sottrarsi, sfuggire, non abbandonarsi alla voce dell’altro. Lo spettatore dotato di un telecomando di carta, impotente per definizione, assiste, subisce, vorrebbe interrompere la pazzia di quella tortura psicologica.

Francesca Mazza in WEST – photo courtesy by Enrico Fedrigoli

WEST  è uno degli episodi dell’articolato e complesso Progetto O-Z (2007-2010) attraverso cui Fanny & Alexander ha esplorato e reinventato l’universo immaginario del celebre romanzo The Wonderful Wizard of Oz (Il meraviglioso mago di Oz) di L. Frank Baum, con l’arcinota versione cinematografica Il mago di Oz di Victor Fleming con Judy Garland, alla luce di problematiche della contemporaneità, attraverso una pluralità di forme artistiche, secondo una personale cifra estetica, dallo spettacolo teatrale, all’installazione, al video, al film, al concerto e al teatro musicale.
NORTH, Kansas Museum, SOUTH, There’s no place like home, EAST (prossime date, Contemporanea Festival, Prato, 3 e 4 ottobre), Emerald City, Kansas, HIM, Dorothy Sconcerto per Oz, sono gli altri episodi che completano il Progetto O-Z.

Sarà possibile assistere a WEST il prossimo 6 ottobre nell’ambito di Tempo Reale Festival (5-13 ottobre), la manifestazione fiorentina dedicataalla musica di ricerca, al teatro e alle installazioni, virati decisamente tutti verso le forme più performative. Sotto il titolo Rumore Rosa-il paesaggio delle voci  propone un’edizione speciale che ha per protagonista la voce, alla creatività femminile e nuovamente alla scoperta del paesaggio sonoro e dei luoghi nascosti della città di Firenze. Ma anche denso di sorprese musicali e di prime esecuzioni assolute e italiane. (info: http://www.temporealefestival.it/)

Marco Cavalcoli, in Emerald City, Progetto O-Z – photo courtesy by Enrico Fedrigoli

Teatro India, Short Theatre 2011, Roma. Assistiamo a T.E.L, spettacolo del Progetto Lawrence (2011-2013), realizzato in collaborazione con Tempo Reale. Esso prende spunto da alcune opere e dalla figura al contempo storica e leggendaria di Thomas Edward Lawrence, archeologo, agente segreto, ufficiale britannico, scrittore, meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, tra i capi della rivolta araba di inizio Novecento. Il Progetto, articolato in tre forme, T.E.L., il radiodramma 338171 TEL, e Rivolta nel deserto, spettacolo per 10 attori e 5 scrittori (debutto 2013), realizza un singolare e drammatico parallelismo tra l’ostinazione utopica di Lawrence e il suo fallimento e utopia e fallimento del teatro nella società contemporanea.

Chiara Lagani in T.E.L

T.E.L., dal punto di vista tecnologico e scenico, è un ingegnoso dispositivo per “comunicazioni utopiche”, in cui due attori, Chiara Lagani e Marco Cavalcoli, con la regia di Luigi De Angelis, collocati in due luoghi diversi, lontani nello spazio, in questo caso il Teatro India per la Lagani e il Teatro Quirino per Cavalcoli, ma collegati via internet satellitare, tessono a distanza un dialogo possibile-impossibile, una corrispondenza radiofonica, componendo uno spettacolo con l’aiuto di un tavolo “viso e interfaccia sonoro”, orizzonte di combattimenti. Gli spettatori, disposti ai lati della scena, vivono in presenza uno scarto, tra ciò che si manifesta ai loro occhi e ciò che possono cogliere di quanto avviene in questo altrove lontano, dalle reazioni fisiche e dalle parole dell’attore che con essi condivide lo spazio fisico e rappresenta, decodifica, l’altro.

Discorso grigio. Marco Cavalcoli, nelle vesti di un presidente di stato, deve pronunciare un discorso alla Nazione. Grigio, come la retorica dei discorsi politici ufficiali. Lo spettacolo, che ha debuttato nella primavera 2012, è la terza tappa del Progetto Discorsi (2011-2014), dopo il radiodramma Alla Nazione (Rai Radio3, 2011) e lo studio preparatorio Discorso alla Nazione. Il Progetto si compone di sei spettacoli-monologhi che esplorano la forma retorica del Discorso, per indagare il rapporto tra singolo e comunità, tra individuo e gruppo sociale. Le altre tappe saranno Discorso giallo, pedagogico, con Chiara Lagani; Discorso celeste, religioso, con Lorenzo Gleijeses; Discorso Rosa, sindacale affidato a Francesca Mazza; Discorso viola, giuridico, con Fabrizio Gifuni; e infine Discorso rosso, militare, con Sonia Bergamasco.
Discorso Grigio sarà in scena a Il Moderno di Agliana, Pistoia, il prossimo il 21 ottobre.

Marco Cavalcoli in Discorso grigio – photo courtesy by Enrico Fedrigoli

WEST, T.E.L., Discorso grigio, con i progetti articolati in cui si iscrivono, rendono conto della poetica della multidisciplinarietà, dell’inventiva, della poliedricità e del particolare modo di articolare il proprio lavoro artistico, di Fanny & Alexander.
Creata a Ravenna nel 1992, da Luigi de Angelis, regista, scenografo, grafico, filmmaker, light e sound designer (suo maestro Luigi Ceccarelli), assemblatore musicale e performer, e da Chiara Lagani, drammaturga, scrittrice, studiosa del linguaggio, costumista e attrice, Fanny & Alexander è un’autentica bottega d’arte, come a ragione la definiscono i suoi fondatori.
Nel 1997 si è aggregato stabilmente alla compagnia l’attore Marco Cavalcoli, protagonista di numerose creazioni.

Fanny & Alexander ha marcato con la sua presenza la scena della creazione artistica contemporanea in Italia, di cui è da due decenni protagonista, con riverberi anche all’estero (Francia, Belgio, Macedonia, Inghilterra….), attraverso l’innovatore e pluridisciplinare percorso di ricerca, declinato, come abbiamo visto, in spettacoli teatrali, progetti video e cinematografici, installazioni, azioni performative, mostre fotografiche, pubblicazioni, convegni e seminari di studi, festival e rassegne, con fertili collaborazioni costanti, come quella con il fotografo Enrico Fedrigoli, Zapruder Filmmakersgroup, Teatrino Clandestino, Ravenna Festival, Stefano Batterzaghi, e il già citato Tempo Reale.

La sua ricerca, di matrice prevalentemente concettuale, si è espressa attraverso una rimessa in discussione delle forme teatrali, dello spazio scenico, del ruolo dell’attore, della presenza del suono, creando ambienti sonori e musicali, che attingono alla composizione contemporanea, di matrice per lo più elettronica, e al repertorio classico operistico, in cui la parola, il suono, l’azione attoriale, il video, vanno a costituire una partitura puntuale, di particolare espressività. Lo spettatore, spesso inserito in un dispositivo scenico inglobante, viene avvolto in un’esperienza sensoriale sinestetica.

Dorothy Sconcerto per Oz, photo courtesy by Marco Caselli Nirmal

Prima di arrivare agli ultimi lavori citati, Fanny & Alexander si era cimentata in vari altri progetti. Con Progetto Requiem ha creato interessanti opere di teatro musicale, in collaborazione con Ravenna Festival.
Ada, cronaca familiare (Premio Speciale Ubu 2005, per lo spettacolo omonimo), è un percorso prismatico. Prendendo le mosse dalla fascinazione per il romanzo Ada o Ardore, di Nabokov, che si dipana attorno all’amore incestuoso tra due fratelli, Ada a Van, il Progetto arriva a indagare, attingendo al meccanismo del rebus, con la complicità di Stefano Batterzaghi, il tema della creazione dell’opera d’arte e della percezione sinestetica attraverso dodici produzioni tra spettacoli teatrali, concerti, installazioni, mostre fotografiche e pubblicazioni (Speak, memory, speak, Ardis I, Villa Venus, Ardis II, Rebus per Ada, Adescamenti- il concerto, Adescamenti- il laboratorio, Aqua Marina, Vaniada, N, O, X, Lucinda Museum, Promenada).

Gli enigmi di Ada, con la proiezione di Rebus per Ada (e Morning Smile di Zapruder), e un incontro con Chiara Lagani e Nadia Ranocchi, saranno proposti al teatro Il Moderno di Agliana il prossimo 21 ottobre.

Ada, cronaca familiare

Il Progetto Romeo e Giulietta interpreta in  chiave non romantica – e quindi con una chiave di lettura che si discosta da quella canonica – il mito dell’amore infelice dei due amanti shakespeariani. Esso viene in effetti rivoltato alla luce delle teorie di René Girard e riletto secondo i concetti di sacrificio e violenza.
Progetto Heliogabalus verte sulla figura di Vario Eliogabalo, conla sua ascesa imperiale e breve parabola, attraverso lo spettacolo Heliogabalus, la videoinstallazione Habemus Papam?, la mostra fotografica Homo Varius sol it arius e il concerto Strepito (per clacson e macchine del suono su arie mozartiane).

Sono invece ispirati a opere dello scrittore Tommaso Landolfi, lo spettacolo AMORE (2 atti), parabola sull’arte e sull’ispirazione poetica, e il recital letterario K.313, associato ad un’immagine-icona ispirata a un fatto di cronaca: l’attentato del 2002 al Teatro Dubrovka di Mosca in cui un gruppo di terroristi ceceni presero in ostaggio gli spettatori.

L’ultima avventura progettuale di Fanny & Alexander riguarda l’aspetto produttivo e le sinergie. Nel 2012 i membri di Fanny & Alexander costituiscono la Cooperativa E insieme ai nuclei artistici delle compagnia Menoventi, gruppo nanou e ErosAntEros.

 

Schermata dalla pagina Twitter di Fanny & Alexander

 

La Tweet_intervista con i limiti e le risorse del suo formato, della fragilità del flusso in cui si è presi, della temporalità che implica, mette alla prova le dinamiche del comunicare e nello stesso tempo permette di performare le forme della narrazione. Con Fanny & Alexander cercheremo di inoltrarci nella pluralità della loro esperienza artistica, alla luce di alcune parole chiave, teatro, forme della messa in scena, voce, video, installazioni, musica, rebus, letteratura e miti, ambienti sonori, attore e personaggi, crisi del teatro, crisi, collaborazioni.

L’appuntamento con Fanny & AlexanderLuigi De Angelis e Chiara Lagani– è sulla piattaforma Twitter per una Tweet_intervista in 10 domande e risposte in cinque giorni da lunedì 1 a venerdì 5 ottobre 2012.

Seguiteci!

Istruzioni per seguire l’intervista:

1. Se non lo avete già, dovete crearvi un account su twitter.com

2. Diventate follower di Simona Polvani (http://twitter.com/simonapolvani) e Fanny & Alexander (https://twitter.comer.com/fannyalex_info)

3.  Siete invitati a connettervi ogni giorno, o comunque nel modo più regolare possibile. Per cinque giorni (dal 1 al 5 giugno), Simona Polvani pubblicherà sulla sua pagina Twitter due domande per Fanny & Alexander che risponderanno il giorno stesso dalla loro pagina. L’hashtag è #TwInt

4. Prontuario di decriptaggio:

  • ogni domanda di Simona Polvani sarà costituita da un solo Tweet e sarà preceduta dalla lettera D seguita dal numero relativo alla domanda (es: D1 indica la prima domanda, D2 la seconda e così via)
  • ogni risposta di Fanny & Alexander potrà essere costituita da più Tweet e sarà preceduta dalla lettera R seguita dal numero relativo alla risposta e dal numero relativo al Tweet (es: R1/1 indica il primo Tweet di risposta alla domanda D1, R1/2 indica il secondo Tweet di risposta alla domanda D1, e così via…)
  • l’ultimo Tweet di risposta contiene alla fine la lettera F .

LA FUGA

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, “L’universo selvaggio”, 1984, inchiostro di china

 

La fuga  (1989) è il testo teatrale che ha causato a Gao Xingjian la messa al bando dalla Cina e la censura di tutte le sue opere.

Nel 1989, di fronte ai fatti tragici di Piazza Tienanmen, la repressione nel sangue dei movimenti studenteschi (e non solo) riuniti da giorni nella piazza, Gao Xingjian è sollecitato da un teatro statunitense a scrivere un testo che racconti quei fatti.

Gao scrive La fuga, che a causa della sua visione antieroica tradisce tuttavia le aspettative del committente,. L’autore non è disponibile ad apportare modifiche e il testo viene rifiutato.

Protagonisti della pièce sono tre personaggi: un intellettuale, uomo maturo, uno studente e una giovane attrice, che casualmente si trovano a condividere il tempo di una notte, nello spazio sinistro di un magazzino dove hanno trovato rifugio, cercando disperatamente di sfuggire alla morte. Fuori, l’esercito sta passando a ferro e fuoco la piazza e le strade della città.

Gao allude evidentemente alla notte del 4 giugno del 1989 senza però  mai chiamarla in causa direttamente.

Quei fatti diventano quindi l’occasione per allargare il campo di riflessione e scrivere un testo universale. Non solo e non tanto contro il governo di Pechino, ma contro tutte le ideologie che hanno caratterizzato il novecento e contro il potere liberticida, per riaffermare l’aspirazione dell’essere umano a vivere libero da condizionamenti che riducono il pensiero a quello del potere e ne sottopongono la vita all’infamia del terrore e della violenza.

La fuga è anche un manifesto dello status dell’artista, che sceglie di stare ai margini della società per essere libero nel creare e assicurare autenticità alla propria opera.

Al tema politico si incrocia un tema ricorrente della drammaturgia dell’autore cinese: il rapporto problematico e perverso- a tratti – tra l’uomo e la donna e la volontà di quest’ultima di trovare e rivendicare un’autonomia di pensiero e di visione del mondo rispetto a quella dell’uomo.

L’inizio della pièce

Personaggi
Il ragazzo (20 anni)
La ragazza (22/23 anni)
L’uomo (40 anni)

La pièce si svolge in un deposito dismesso, in una grande città. Inizia nelle ultime ore della notte e termina al sorgere del sole.

1.

Oscurità totale. Si sente, non lontano, il boato di una colonna di carri armati che avanzano rumorosamente sul viale asfaltato. I fucili d’assalto mitragliano senza tregua. Lentamente, l’oscurità lascia indovinare un luogo in rovina, una sorta di deposito nel cuore della città. A sinistra, una piccola porta arrugginita. Si apre. La luce dei lampioni spazza il locale.
Un ragazzo entra, ansimante. Cerca di identificare, nella penombra, questo strano posto. Ai quattro angoli sono ammonticchiati vari oggetti e attrezzi dalle forme indefinite.

Il ragazzo (verso l’esterno): Presto, entra!

La ragazza: Non c’è nessuno?

Il ragazzo: Sssst !

La ragazza (respirando con difficoltà): È così buio, non si vede niente.

Il ragazzo: Una volta abituati, andrà meglio….(chiudendo la porta precipitosamente). Se nessuno vede nessuno stiamo al sicuro.

(La ragazza si addossa alla porta e respira profondamente. Si sente di nuovo il rumore sordo di una mitragliatrice)

Il ragazzo: Uccidono ancora!

La ragazza: Quando hanno aperto il fuoco, all’inizio, pensavo sparassero in aria con proiettili di plastica….Chi avrebbe potuto immaginare si servissero dei riflettori per inseguire la folla e mitragliarla?

Il ragazzo: Utilizzano anche le pallottole esplosive!

(Ispezionano il luogo)

La ragazza: Ehi! Da dove arriva questo sangue sulle mani?

Il ragazzo: Sei ferita?

La ragazza (palpandosi il corpo): Dappertutto….sangue dappertutto!

Il ragazzo: Ma dov’è la ferita?

La ragazza (piangendo): Tutto il mio corpo….tutto il corpo.

Il ragazzo: Non così forte: potrebbero sentirti da fuori!

La ragazza (crollata, accasciata): Tutto il mio corpo….

Il ragazzo (palpandola): Esattamente dove ti fa male? Presto!

La ragazza: Il petto! Non posso più respirare. Sto per morire…..

Il ragazzo: Calmati. Il sangue è solo sul vestito. Forse è il sangue di qualcun altro, ti ha sporcato.

La ragazza: Vivrò?

Il ragazzo: Che domanda! Certo che vivrai!

La ragazza: Non voglio restare invalida…..

Il ragazzo: Non dire stupidaggini: le mani, le braccia….non ti manca niente.

La ragazza (dopo un lungo silenzio): La vedo….

Il ragazzo: Chi?

La ragazza: La vedo….quella ragazza che fuggiva con me. Si teneva la pancia. Aveva appena aperto la bocca per gridare quando è caduta in ginocchio. Il sangue le colava tra le dita…..

Il ragazzo: Lo so. I carri armati erano proprio dietro di voi. Schiacciavano tutto: gli striscioni, i cassonetti, le biciclette, le tende.

La ragazza: Sì, le tende…..Credo che molte persone della nostra stazione radio ci siano rimaste. ……Non ce la faccio più ad alzarmi.

Il ragazzo: Distendi le ginocchia!

La ragazza: Questo dolore acuto….

Il ragazzo (palpandola di nuovo): Non è niente, solo dei graffi. Se no, come avresti fatto a correre così lontano?

La ragazza: Tu mi hai tirato fin qui…..

Il ragazzo: Ho capito che eri nel panico. C’è mancato poco.

(La ragazza lo abbraccia all’improvviso)

La ragazza: Dimmi, sono ancora in vita?

Il ragazzo: Vivremo tutti …..almeno quelli che ce l’hanno fatta a fuggire dalla piazza.

(Si sente, non troppo lontano, il sinistro crepitio di un fucile d’assalto)

La ragazza: No! (Lo abbraccia più forte)

Il ragazzo: Adesso mitragliano sul grande viale.

La ragazza: Possono inseguirci fin qui?

Il ragazzo: Per il momento, suppongo abbiano altro da fare che occuparsi di noi. Perciò qui siamo al sicuro fino al sorgere del sole.

La ragazza: Sei ferito alla testa!

Il ragazzo: No! ….Dove? (Si passa una mano tra i capelli. Una piccola massa deforme gli rimane incollata tra le dita) ….Un pezzo di cervello!…..Era a qualche passo da me quando ho sentito un rumore sordo: le era appena esplosa la testa.

La ragazza: Sulle gambe…..Anch’io ne ho! Ho la nausea, sto per vomitare.

Il ragazzo: Sui tuoi abiti, c’è sangue dappertutto.

La ragazza: Non sopporto più quest’odore….

Il ragazzo: Allora, togliti il vestito. (Si allontana). E riposati un attimo.

La ragazza: No, non ti allontanare….

Il ragazzo: Sono vicino a te.

La ragazza: Prendimi la mano.

Il ragazzo: Tremi.

La ragazza: Ho voglia di piangere.

Il ragazzo: …………….

La ragazza: Non ci riesco. Ma ho voglia di piangere!

Il ragazzo: Non devi: fuori potrebbero sentirti.

(Lui l’abbraccia)

La ragazza: Sai….vorrei urlare fino a spezzarmi la voce. Lasciami gridare una volta, una sola volta. Dopo, potrò anche morire. Non vedrò più niente, non sentirò più niente…..C’è un rumore!

Il ragazzo: Non è niente.

La ragazza: Ascolta!….Ascolta!

Il ragazzo: Hai davvero i nervi a pezzi.

La ragazza: Sento un respiro.

Il ragazzo: Il mio, forse.

La ragazza: No, c’è qualcuno!

(La porta si socchiude leggermente: un raggio di luce penetra per qualche secondo, poi la porta si richiude)

La ragazza (mormorando): Un ladro?

Il ragazzo: Un ladro….Chi rischierebbe la vita per soldi in circostanze come questa? Se c’è qualcuno, è un fuggiasco. Non fare rumore!

(La porta si apre bruscamente. Nella strada, le auto militari si succedono e filano a tutta velocità. Un’ombra entra e richiude immediatamente la porta. Silenzio. La fiamma di un accendino illumina a un tratto il viso di un uomo di mezza età)

Il ragazzo: Che cosa fai?

L’uomo (sorpreso): Fumo…..Cerco un rifugio.

Il ragazzo: È vietato fumare, qui.

L’uomo: La città è incendiata dai soldati. Dovunque nelle strade si sprigiona un fumo spesso…..e allora, che importanza può avere una scintilla in più? Smettila di giocare alla guardia. Vuoi una sigaretta?

Il ragazzo (uscendo dal nascondiglio): Sei fuggito dalla piazza?

L’uomo: No, da casa mia: non potevo restare neppure là.

(Aziona l’accendino e illumina il suo interlocutore)

Il ragazzo: Hanno già cominciato a perquisire ogni casa?

L’uomo: Se si aspetta che arrivino, sarà troppo tardi. (Gli passa una sigaretta e l’accende, osserva il suo interlocutore, guarda la t-shirt che porta). Sei uno studente? Com’era sulla piazza?

Il ragazzo: I carri armati la accerchiano completamente. Ai quattro angoli hanno acceso le lampade che si usano abitualmente per le feste e illuminano la sparatoria. Ho paura che tutti quelli che non sono fuggiti siano spacciati. Su tutte le strade, non ci sono che cadaveri.

L’uomo: Non c’è un solo posto sicuro in questa città! Anche se resti a casa tua, le pallottole volano da fuori. Nel mio palazzo, un vecchio spostava i suoi vasi di fiori dal balcone – lui coltiva delle orchidee – per paura che il fumo delle auto in fiamme nella strada le annerisse. Mentre apriva la porta del balcone, una pallottola gli ha attraversato la fronte. È morto in battaglia.

Il ragazzo: Certi soldati hanno avuto un addestramento da tiratori scelti. Hanno paura che la gente faccia fotografie, paura delle prove.

L’uomo: Il vecchio portava solo gli occhiali. Era molto miope: un contabile in una fabbrica di birra, in pensione. (Silenzio. Fa luce con l’accendino). È un deposito?

Il ragazzo: Chiedilo al diavolo….

L’uomo (facendo un giro d’ispezione): Una scala: un ponteggio o una forca?

Il ragazzo: Assomiglia all’inferno.

L’uomo: Forse, ma almeno ci si può nascondere. Comunque, è meglio del mattatoio in piena luce. Sei fuggito da solo?

(La ragazza, che si è tolta l’abito, si nasconde in fretta)

Il ragazzo: Il nostro gruppo è arrivato da sud. Quando ci hanno visto correre, hanno aperto il fuoco. Si sono dispersi tutti e io mi sono ritrovato qui…..E tu, perché sei fuggito?

L’uomo: Io? Un’ora fa ho ricevuto una telefonata anonima che mi consigliava di fare attenzione alla mia vita di figlio di un cane.

Il ragazzo: I membri della Sicurezza?

L’uomo: Può darsi un amico, cosciente della situazione, che ha usato questo metodo per salvarmi la pelle.

Il ragazzo: Significa che possiedono già una lista nera di persone da arrestare?

L’uomo: Hanno tutto sulla piazza: dai posti d’ascolto per le intercettazioni telefoniche ai sistemi video sofisticati. Tutti quelli che hanno scritto un articolo o pronunciato un discorso sono archiviati sui computer. Arrestano chi vogliono quando vogliono. Ai loro occhi la vita ha poco prezzo …..

Il ragazzo: Allora, che fare? Si possono attraversare i viali ?

L’uomo: Chissà! Le strade adesso sono piene di auto militari. Come valutare se si ha o no una chance?

(Sceglie con cura un posto per sedersi, spegne l’accendino e respira profondamente)

Il ragazzo: Solo sedersi e aspettare?

L’uomo: Deve mancare un’ora al sorgere del sole….

(Silenzio. La ragazza esce lentamente dal nascondiglio, sempre senza abito. Urta qualcosa. L’uomo spegne immediatamente la sigaretta. La ragazza si avvicina. Lui si alza e fa luce con l’accendino)

L’uomo: C’è qualcuno?

La ragazza: No! Non accendere.

L’uomo (sconcertato): Ah, scusa. (Spegne l’accendino)

La ragazza (al ragazzo): Che facciamo?

L’uomo (ironico, di fronte alla giovane coppia): Che bell’entusiasmo…..ma ora e luogo non sono proprio i più comodi.

Il ragazzo: I suoi vestiti sono completamente macchiati di sangue!

L’uomo: Una ragazza non dovrebbe partecipare a questo genere di agitazioni!

La ragazza: I vecchi e i bambini che ci circondavano si sono accasciati nel sangue. Accasciarsi nel sangue…..questo ha un senso per te?….Sulla piazza a mezzanotte c’era una marea umana, come durante i più bei giorni di festa. Nessuno avrebbe potuto immaginare….

L’uomo: Bisognava prevedere.

Il ragazzo: E tu, l’avevi previsto?

L’uomo: Non avrei mai creduto che potessero essere così crudeli.

Il ragazzo: Nemmeno noi.

L’uomo: Ma non è una scusante. Avreste dovuto pensare a organizzare la ritirata all’epoca in cui il movimento è cominciato.

Il ragazzo: E tu, ci avevi pensato?

L’uomo: Ognuno avrebbe dovuto pensarci.

Il ragazzo: Se ci hai pensato, perché non sei fuggito prima, evitando di ritrovarti in una posizione così spiacevole?

L’uomo: Avevo voglia di vedere l’epilogo.

Il ragazzo: Eppure un epilogo prevedibile, per te. Allora, perché ti sei lasciato travolgere ?

L’uomo (con amarezza): Mio malgrado….A dire il vero, ho iniziato molto presto a odiare questa sporca politica; davvero presto ne ho
avuto abbastanza!

Il ragazzo: Chi ti ha costretto?

L’uomo: Ragazzino, non credere di essere il solo a indignarti. Tutti condividono questa indignazione. Se no come giustificare tanti manifestanti nelle strade a sostenervi…..E a farsi massacrare.

Il ragazzo: Eppure, tu non sembri convinto del senso profondo della lotta di un popolo che combatte per ottenere la libertà e la democrazia….

L’uomo (riscaldandosi): La lotta di un popolo….! Tu vuoi parlare di qualche milione di abitanti di questa città, mani e pugni nudi, senza armi, solo con delle bottiglie di limonata e dei mattoni per opporsi ai fucili e ai carri armati. Un autentico suicidio…. Eroico forse, ma ingenuo e stupido! Le persone, purtroppo, non possono evitare questo genere di ingenuità e stupidità.

Il ragazzo: Compreso tu?

L’uomo (amaro): Compreso io.

Il ragazzo (più vicino): Hai rimpianti?

L’uomo (con freddezza): È troppo tardi per avere rimpianti.

Il ragazzo: La lotta del popolo per ottenere la libertà prima o poi trionferà. Anche se dobbiamo pagare col sangue.

L’uomo: E perché in questo caso sei fuggito di fronte ai carri?

Il ragazzo: Non volevo un sacrificio inutile.

L’uomo: Ma chi farà allora questo genere di sacrifici? Forse persone come me? Parli a nome di un popolo ma non sei capace di comandare su te stesso. Parli di vittoria finale ma non riesci a dominare neppure te stesso. Questa lotta per la libertà porterà solo alla morte: equivale al suicidio. Se non c’è più vita, che senso può avere ancora un’ipotetica vittoria finale? Tu ed io dobbiamo fuggire: è questa la verità!

Il ragazzo (visibilmente molto innervosito): Gli uomini non sono dei cani….

La ragazza (fermandolo): Lascialo perdere. Presto sarà giorno!

Il ragazzo: Non posso sopportare questo genere di….

L’uomo: Ragazzino, forse tu non puoi sopportare….ma devi sopportare. Devi sopportare la disfatta. Questo entusiasmo cieco di fronte alla morte non serve a niente.

Il ragazzo: Tu parli solo di capitolare. Va allora ad arrenderti alla giustizia. Dichiara che sostieni il massacro, che tutti quelli che sono morti erano dei delinquenti, e che tu sai dove si rintanano due individui della stessa specie, che hanno il corpo ancora coperto di tracce di sangue!

L’uomo (ridendo con freddezza): Non sono nemmeno sicuro che funzionerebbe. È piuttosto te che libererebbero. Posso già sentirli: tu sei ancora un bambino….ti sei fatto raggirare….quelli che ti hanno incitato alla sommossa sono persone come me…..Può darsi che abbiano già scritto una confessione. Gli sarà sufficiente trovare il ragazzo che “spontaneamente” la pronuncerà davanti alle telecamere della televisione….

Il ragazzo: Questa insinuazione mi offende, è un insulto nei miei confronti, alla mia personalità!

L’uomo: E tu credi che loro si interessino della tua personalità? Il tuo preteso popolo, lo schiacceranno fino a ridurlo in poltiglia…e oltretutto in nome del popolo. Te lo ripeto: è con la fuga che ci dobbiamo confrontare, è il nostro destino, tuo e mio. (Mormorando) Il destino umano, è sempre la fuga!

(Si sente, molto vicino, una sventagliata di mitra. Si sono ravvicinati e si stringono gli uni contro gli altri. Grattano alla porta)

Estratto dal testo pubblicato nel volume “La Fuga”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani (Titivillus Edizioni, 2008) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “La fuga”
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