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Recensioni teatro

Masaki Iwana, Festival “En chair et en son”. Photo Patrice Pairault

Masaki Iwana, Festival “En chair et en son”. Photo Patrice Pairault

La mia recensione su PAC-Paneacqua Culture della performance di di danza butō di Masaki Iwana, sulla musica di Denis Dufour, al festival En chair et en son, al Cube / Centre de création numérique di Issy-les-Moulineaux (Francia).

Sorgente: Masaki Iwana: il danzatore danzato dal butō

A questo link è possibile ascoltare la musica sciamanica dell’opera Musiques utopiques di Denis Dufour su cui ha danzato Masaki Iwana:

https://soundcloud.com/opus-53/denis-dufour-ph-27-80-musiques-utopiques

Salve!

Mi piace iniziare il 2015 con la condivisione di un bellissimo “documento” video, l’intervista realizzata da Andrea Porcheddu a Romeo Castellucci in occasione dell’assegnazione al regista del Leone d’oro alla carriera durante la Biennale Teatro 2013.

Un pozzo di immagini, di riflessioni sul teatro e l’arte, attraverso la poesia come azione, la ricerca di bellezza, il rapporto alla parola, gli animali, lo spettatore e il palcoscenico ultimo, l’attore….

Buona visione!

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Bonjour!

J’aime beaucoup commencer le 2015 par le partage de ce très beau “document” vidéo, l’entretien réalisé par  Andrea Porcheddu avec Romeo Castellucci, à l’occasion de la remise du Leone d’Oro à la carrière au metteur en scène italien pendant la Biennale Teatro 2013.

Un puis d’images, des réflexions  autour du théâtre et de l’art, par la poésie en tant qu’action, la recherche de beauté, le rapport à la parole, les animaux, le spectateur et le dernier plateau, l’acteur..

SIMONA POLVANI – venerdì 18 luglio, ore 17.46

Una domanda è ciò che attendo da ogni spettacolo. Solitamente, alla domanda cerco di portare una risposta, e lo faccio con una recensione o uno studio più approfondito, chiamasi saggio. 

Ho deciso di raccogliere qui le domande sollevate da alcuni spettacoli.

 

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Motus
CALIBAN CANNIBAL

2011>2068 AnimalePolitico Project

una performance di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

con Silvia Calderoni e Mohamed Ali Ltaief (Dalì)

http://www.motusonline.com/it/notizie/1

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visto a Santarcangelo Festival 2014, il 17 luglio

 

 

 

Dov’è il corpo del performer?

Due schermi a lato di una tenda. Due immagini, due persone dormono. Due performer, Silvia Calderoni e Mohamed Ali Ltaief, Dalì, artista visivo tunisino, che ha partecipato alla rivoluzione dei gelsomini.

I due dormienti sono nella tenda? O sono solo sullo schermo? E le immagini sono in live, oppure sono state preregistrate? Sono le stesse, quelle proiettate? No, non solo le stesse.

Se non sono le stesse, una delle due si riferisce a quanto avviene dentro la tenda?

E l’altra? E se sì, quale, quella proiettata sullo schermo di sinistra o di destra?

Lei si presenta come Ariel, lui, è Dalì, nella performance così come nella realtà, ma Ariel vorrebbe che fosse Caliban.

La finzione si unisce alla realtà e cerca di plasmarla? Come ci si abbandona al gioco di finzione, all’immaginario dell’altro? La realtà collide con la finzione? Il teatro entra nella realtà e la cannibalizza? Cosa diventa una realtà che rimane se stessa accanto a una narrazione? E può davvero rimanere se stessa?

Dov’è la realtà del corpo del performer? Dov’è la realtà del corpo pixellato o nascosto, riprodotto dal video live o differito, del performer?

Il corpo è solo assente o è presente? Come si configura la presenza del corpo sottratto allo sguardo? E di quello riprodotto solo in video?

Il corpo è poetico perché astratto dalla sua presenza fisica? Oppure è poetico nel momento in cui ricoperto di pagliuzze dorate trema e vibra di fronte a noi nella sua presenza e materialità fisica?

Lo stupore dell’artificio lo fa brillare. Come la poesia scardina e reinventa il linguaggio, le pagliuzze inattese, la vibrazione, scardinano la rappresentazione della quotidianità del corpo. è poetico? Sì, è poetico.

La poesia è nella smaterializzazione, sottrazione, astrazione?

Può parlare di rivoluzione solo chi vi ha ha preso parte? E se chi vi ha preso parte non vuole più parlarne, chi può farlo al suo posto? Come essere testimoni senza esserlo stati? Come raccontare una rivoluzione astraendosi da essa?

Una rivoluzione poetica può essere politica? Come e se conciliare poetica e politica?

Qual è la specificità del punto di vista del nomade? In che modo il nomade è un resistente?

Un corpo in movimento, che attraversa confini, li ridisegna, si marginalizza, compie un gesto politico e poetico? La poesia del nomadismo, in una società stanziale.

Nella tenda, Ariel e Dalì mangiano assieme i fiori del crisantemo rosa.

Solo una relazione intima è politica e poetica e supera i limiti e i confini, ridisegna territori?

L’incontro tra due lingue può far leggere il mondo in una nuova prospettiva? E può cambiarlo, spostandone il senso? Ariel e Dalì comunicano con una lingua crasi dell’italiano e del francese. La realtà e la réalité generano “realità”. È il luogo della via di fuga e della poesia?

I due volti in primo piano sui due schermi entrano nella finzione della performance, riportando il tempo al qui e ora, al caldo della tenda sotto lo spazio dell’Hangar Bornaccino, a Silvia e a Dalì, con le loro biografie, che si guardano, da uno schermo, e si prendono cura l’uno dell’altro, in questa ulteriore tappa di viaggio, prima di smontare la tenda e uscire di scena, come si esce da una porta, per andare altrove e riprendere il percorso.

Nomadi. Senza finzione.

Motus - Caliban Cannibal | 2014 © Guido Mencari www.gmencari.com

Motus – Caliban Cannibal | 2014 © Guido Mencari http://www.gmencari.com

 

Reading Club

 

Salve,

 

qui di seguito la mia intervista pubblicato su PAC- Paneacquaculture.net ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez, net artists, autori del progetto performativo di lettura e scrittura condivisa Reading Club (Readingclub.fr), incontrati a Parigi, alla Galleria Nazionale del Jeu de Paume, dove erano ospiti dell’esposizione on line Erreur d’Impression, publier à l’ère du numérique con la performance “Avant et Maintenant”, Raymond Queneau.

 Reading club: intervista ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez 

 

Su Emmanuel Guez ed  Annie Abrahams, potete leggere anche le Tweet_interviste in francese, con traduzione in italiano, che ho realizzato con loro:

Esperimenti sul web. Tweet-intervista a Emmanuel Guez

Being Human | Tweet_intervista a Annie Abrahams

Buona lettura!

Salve,

al link qui sotto un mio articolo uscito su Paneacquaculture.net, magazine di arte e culture.

Buona lettura!

Reading Club: cultura digitale a Parigi fra spettacolo e lettura.

Reading Club al Jeu de Paume, Paris

Reading Club al Jeu de Paume, Paris

Cover Hystrio, numero luglio-settembre

Cover Hystrio, numero luglio-settembre

Il terzo numero della rivista trimestrale Hystrio, luglio-settembre, dedica il dossier, luogo monografico di approfondimento, al binomio teatro e pubblico, tema non solo connaturale al teatro, ma nevralgico in tempi di crisi e di mutamento del sistema teatrale, anche per l’irrompere dei social media, come quelli che stiamo attraversando.

Ho partecipato al dossier attraverso un breve contributo sul pubblico nei teatri a Parigi, realizzato anche a partire dell’intervista con Daniel Urrutiaguer, docente di Socio-economia dello spettacolo dal vivo presso l’Istituto di Studi Teatrali dell’Università Sorbonne Nouvelle-Paris 3. Ho curato inoltre la traduzione dell’intervista di Roberto Rizzente all’antropologo francese Marc Augé, che apre il dossier.

Confinato per secoli nel buio e nel silenzio della platea, lo spettatore ha saputo conquistarsi, negli ultimi anni, un ruolo di primo piano nell’economia del sistema-teatro nazionale. Condizionando da vicino le politiche degli operatori e irrompendo nella creazione, programmazione, messinscena e critica degli spettacoli, anche grazie alle nuove opportunità offerte dal web. Conoscere da vicino il fenomeno è, per molti teatri, un modo per uscire dalla crisi e superare l’indifferenza della politica. Come chiede l’Europa (a cura di Maddalena Giovannelli e Roberto Rizzente, con interventi di Giuseppe Liotta, Andrea Perini, Giulia Capodieci, Fabrizio Maria Arosio, Giovanni Sabelli Fioretti, Mario Bianchi, Graziano Graziani, Oliviero Ponte Di Pino, Diego Vincenti, Francesca Serrazanetti, Roberto Canziani, Renzo Francabandera, Andrea Nanni, Cristina Valenti, Giuseppe Montemagno, Domenico Rigotti, Claudia Cannella, Simona Polvani, Maggie Rose, Elena Basteri, Davide Carnevali, Fausto Malcovati e Simone Pacini).

Apre il numero l’ampio reportage sul Premio Hystrio 2013, con le notizie su vincitori, segnalati, big e giovani, la cronaca, le motivazioni e le foto dei partecipanti. A seguire, una galleria di ritratti racconta Ute Lemper, Davide Iodice e il “giovane mattatore” Fabrizio Gifuni (di Roberto Canziani, Andrea Porcheddu e Fausto Malcovati).

Le corrispondenze dall’estero toccano Parigi, Berlino, Cluj, Edimburgo, Caracas e alcune città europee raggiunte da un singolare bus-tour teatrale organizzato dalla European Theatre Convention (di Giuseppe Montemagno, Elena Basteri, Laura Caretti, Maggie Rose, Franco Ungaro e Gherardo Vitali Rosati). A seguire, un focus sul teatro ragazzi in Puglia (di Nicola Viesti). Completano il numero le consuete rubriche sulle recensioni di teatro, danza e lirica, le novità editoriali (a cura di Albarosa Camaldo) e il notiziario (a cura di Roberto Rizzente). Infine, il testo Incantati di Marco Martinelli.

La copertina e l’immagine di apertura del dossier sono state appositamente realizzate per Hystrio da  Giacomo Veronesi.

Hystrio si trova in vendita nelle librerie specializzate, universitarie e Feltrinelli (per i punti vendita consultare il sito www.hystrio.it).

di SIMONA POLVANI – martedì 26 giugno 2012, ore 16.30

locandina Impatience

Ci sono titoli suggestivi e Impatience (Impazienza), coniato da Olivier Py per il proprio festival parigino dedicato alle compagnie giovani riesce sicuramente a cogliere quella urgenza giovanile di essere che è alla base di ogni atto creativo.
La quarta edizione del festival organizzata dallOdéon-Théâtre de l’Europe, dal Centquatre e da Télérama, in collaborazione con France Inter è andata in scena dal 9 al 14 maggio in tre  spazi teatrali situati in altrettanti quartieri di Parigi, a disegnare un triangolo ideale che ha unito il molto classico teatro all’italiana dell’Odéon-Théatre de l’Europe nel Quartier Latin, col moderno Atelier Berthier, periferia nord-ovest della città – nella sua vita passata vecchio magazzino per scenografie- e col Centquatre, periferia nord-est, caso estremo di riconversione, trasformato da sede del Servizio Comunale di Pompe Funebri (1905 -1998) in affascinante e smisurato centro culturale multidisciplinare. Un triangolo ideale con un obiettivo programmatico molto concreto: riuscire a coinvolgere pubblici tra loro lontani, geograficamente e socialmente.
Il programma articolato in sei spettacoli – per ognuno dalle due alle quattro repliche -, tutte creazioni compiute e non primi o secondi studi, scelta precisa e condivisibile del festival, ha offerto un’istantanea sulla creazione contemporanea di compagnie emergenti made in Francia, Belgio e Germania. Dalla visione d’insieme è emersa da una parte la varietà delle attrazioni verso temi e nuove forme di messa in scena, dall’altra la presenza di alcuni elementi ricorrenti, tra i quali la costruzione drammaturgica per frammenti; il tentativo di inglobare sempre più il pubblico nello spettacolo, interpellandolo in modo frontale con la modalità del racconto o del dialogo, vero o fittizio che sia, la polifonia dei linguaggi, una diffusa performatività attoriale.
A differenza di molti festival teatrali, Impatience è anche un concorso: in palio l’assegnazione del Premio Odéon-Télérama-Centquatre per il migliore spettacolo, conferito da una giuria di personalità del mondo teatrale, e il Premio del Pubblico, assegnato dagli spettatori che abbiano potuto assistere a tutti gli spettacoli.
Entrando nel merito dei singoli spettacoli, iniziamo proprio con il vincitore del festival. Critica e pubblico si sono trovati unanimi nell’assegnare entrambi i premi a Le signal du Promeneur, del belga Raoul Collectif, andato in scena all’Atelier Berthier. Promeneur: è attraverso l’azione del camminare in solitudine  che si raggiunge, secondo Rousseau, quel pensiero liberato che permette di cercare se stessi. Cinque sono i talentuosi performer del Raoul Collectif che danno vita ad altrettanti promeneurs realmente esistiti: il mitomane e familicida Jean-Claude Romand, Frizt Zorn autore del romanzo Marte, Christopher Mc Candless, la cui storia è nota ai più grazie al film Into the Wild, uno scienziato, con cui il Collectif è in contatto, che da ben trentadue anni sta cercando nelle foreste del Messico un esemplare vivo di pterodattilo e Mike Horn, avventuriero dei nostri tempi, con i suoi 40.000 km percorsi dall’Equatore verso l’Oceano Pacifico. Le loro biografie distillate diventano la materia organica intorno a cui si sviluppa la drammaturgia, in una narrazione non lineare in cui si passa senza soluzione di continuità e attraverso gli espedienti più improbabili e surreali, ma sempre nell’economia di uno spazio ampiamente svuotato, nell’uso di elementi scenici come allusioni e citazioni, da un personaggio all’altro, da un paesaggio all’altro, immersi nella natura profonda, chiusi in una cameretta angusta, come nell’ufficialità pomposa di un’aula di tribunale. La parola sempre politica e in qualche modo eversiva, disarmante, allarmante, ecologica è sostenuta e dissacrata dal canto, spesso a cappella e dall’uso di strumenti musicali, integrati in un meccanismo ritmato di azioni sceniche rocambolesche, dal gesto umoristicamente enfatico, che mettono in rilievo i talenti del collettivo. Forse alcuni passaggi non sono ancora del tutto risolti, ma il Raoul Collectif è già una potenzialità espressa.
Sempre nel parallelepipedo nudo e nero dell’Atelier Berthier è andato in scena Invasion!, dell’autore svedese Jonas Hossen Khemiri, regia di Antù Romero Nunes per il Thalia Theater di Amburgo. La ficcante pièce di Khemiri è un congegno drammaturgico audace, polifonico, parossistico. Attraverso l’inseguimento della parola Abulkasem, che passando di bocca in bocca muta, alimenta fantasie fino ad incarnarsi in un leggendario e potente terrorista arabo, la pièce mette in luce parodisticamente il meccanismo di generazione dei luoghi comuni e del pregiudizio. Nonostante alcuni snodi rischino un’eccessiva casualità, la fluidità della recitazione di scuola tedesca, il dispositivo narrativo, l’uso originale di alcuni oggetti, da una macchina del vento alle maschere, intermezzi musicali-danzati su una colonna sonora che va dagli Abba a creazioni elettroniche, conferiscono allo spettacolo una vivacità e freschezza originali.
Il Collectif De Quark ci offre la soddisfazione di vedere in scena al Teatro 6 del Centquatre La festa di Spiro Scimone (La fête in francese), che allude all’anniversario per i trent’anni di matrimonio di una coppia che vive con il figlio adulto. De Quark propone una scelta stilistica di fondo insolita: il ruolo della madre, la manipolatrice, recitato, quelli maschili, dei manipolati, letti libro alla mano, trasmettendo senso del controllo, instabilità e autenticità. Da un’atmosfera quasi da mise en espace la scena si trasforma prima in un set televisivo, riducendo e aprendo l’immaginario attraverso la duplicazione dell’immagine dei volti -maschera degli attori su due televisori in proscenio, in sala da ballo (le luci di una palla stroboscopica fanno brillare palco e platea), infine in un paesaggio da spaghetti western: in una vita scandita dal ritmo degli spot, per annunciare la morte del figlio non ci sono più parole ma fumetti.
L’Italia è di nuovo presente nel titolo e all’interno dello spettacolo, sotto forma di due celebri brani di Tenco eseguiti dal vivo, nella riscrittura della Medea dell’autore fiammingo Tom Lanoye, Mamma Medea, regia di Christophe Sermet, all’Odéon. Uno spettacolo appassionato, che contrappone da subito il nerbo viscerale di una robusta Medea e della sua famiglia di barbari (a tratti dolci e sensibili) alla leggerezza dandy del civilizzato, bello e sottile Giasone, le ragioni dei quali siamo chiamati di volta in volta ad abbracciare, quasi arbitri involontari di una coppia di vicini troppo litigiosa. Mentre nel primo atto l’ironia e l’energia tengono alto il ritmo dello spettacolo, il secondo scade in una prolissità e in un patetismo eccessivi. Il finale è comunque drammaticamente inedito: in questa storia di incomprensioni e nevrosi contemporanee, infanticidi sono entrambi i genitori.
All’amore tradito è dedicato anche Partage de midi di Paul Claudel, regia di Jean-Christophe Blondel, secondo spettacolo in scena all’Odéon. L’attenzione tutta estetica alla scena, con un chiaro astrattismo simbolico, è interessante. La regia tuttavia non sembra aprire alcuna nuova e attuale chiave di lettura di questo testo, forse datato, di Claudel, che concepisce l’amore come un triangolo tra uomo, donna e Dio, lacerato, e nel suo potere salvifico infine distruttivo. Dello spettacolo rimane però una delle immagini più belle del festival: Nicolas Vial onda sinuosa languidamente strisciante sul palco nella scena della nuotata, oltre alla rarità della musica suggestiva di Wu Na eseguita sul palco.
In chiusura di questa panoramica su Impatience, lo spettacolo che ha catturato il mio voto di spettatrice: Embrassez-les tous dell’autrice Barbara M. Chastanier, regia di Keti Irubetagoyena. Il testo mette in scena in alternanza le sedute psicanalitiche di una ragazza in cerca della propria memoria infantile, che svolge ricerche scientifiche sui bulbi olfattivi dei polli, un ragazzo che lavora in un’azienda che i polli li alleva e uccide, la di lui madre alle prese con una gravidanza senza padre, un giovane a guardia di un muro che divide un di qua e un di là. In scena un divano, un’installazione di polli di plastica luminosi, un’attrice (la madre, il ragazzo del muro), un attore (la ragazza, il figlio), una voce off che ci porta da una storia all’altra. Il testo cinico e laconico, la partitura drammaturgica, con le didascalie integrate nell’azione – l’interprete recita dicendo le didascalie-, la qualità della performance attoriale, con veloci entrate e uscite a vista dai ruoli e una grottesca naturalezza espressiva ci restituiscono l’ansia di un tempo che ci sfugge, che è andato perduto, esploso in fatti terribili – lo scenario sotteso è quello del conflitto israelo-palestinese – di cui non abbiamo memoria, ma ne sentiamo il vuoto, in cui barriere sono state erette tra geografie fisiche, sociali, psichiche.
Avendo attraversato i luoghi del festival, non posso dire se l’auspicio di coinvolgere vari pubblici sia stato esaudito. Posso tuttavia condividere la gioia di aver visto sale esaurite (strapiene).

[versione integrale dell’articolo pubblicato su Quaderni del Teatro di Roma n°7 – Estate 2012]

Cover Quaderni del Teatro di Roma n°7 – Estate 2012

 

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