LA TIGRE BLU DELL’EUFRATE

di Laurent Gaudé

traduzione di Simona Polvani

 

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La tigre blu dell’Eufrate è il quinto testo teatrale di Laurent Gaudé.

Pubblicato in Francia nel 2002, è un monologo epico, che coglie le ultime ore di vita di Alessandro Magno, in un faccia a faccia estremo con il dio dei Morti, di cui si appresta a violare il Regno, con la stessa desiderio insaziabile di conquista, che altri non è che il desiderio di conoscere e “sentire”, che ha dominato tutta la sua esistenza. La tigre blu dell’Eufrate, animale dal manto di pietre preziose, è un miraggio da inseguire, la ragione di vita, il senso del mai compiuto.

Laurent Gaudé costruisce così una parabola in cui gli elementi storici attraverso il racconto si trasfigurano in mito.

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La traduzione ha beneficiato di una Borsa di traduzione dell’Ambasciata di Francia.

Il testo è stato presentato in anteprima italiana in lettura scenica a cura di Gloria Paris con Bruno Fleury al Festival Quartieri dell’Arte 2003, e sempre in lettura scenica a cura di Beno Mazzone,  con Gabriele Calindri e André Marcon, nell’ambito della prima edizione della rassegna “Face à Face Parole di Francia per scene d’Italia 2007″, al Teatro Libero di Palermo.

"Le tigre bleu de l'Euphrate", regia di Thierry Roisin, con Frédéric Leidgens, produzione La Comédie de Béthune - Centre dramatique National Nord-Pas de Calais.

“Le tigre bleu de l’Euphrate”, regia di Thierry Roisin, con Frédéric Leidgens, produzione La Comédie de Béthune – Centre dramatique National Nord-Pas de Calais.

 

L’inizio della pièce

I

Silenzio.

Cosa avete da battere i piedi così, impazienti, commentando ogni mio gesto, scrutandomi i lineamenti del viso nel più minuto particolare, frugando persino nelle mie feci per leggervi qualche presagio?

Sì, muoio.

Sì, presto sarò atterrato.

Ve lo dico.

Non c’è bisogno di spiare i miei spasmi, di contare la frequenza dei miei accessi di tosse.

Muoio.

E chiedo solo un po’ di silenzio.

Vi sento.

Vi ascolto parlare senza tregua dell’evoluzione della malattia,

E il brusio, che tenue nasce tra le lenzuola del mio letto, senza tregua cresce nei corridoi del palazzo,

Esce dalla porta grande e si riversa come un fiume di fango nei vicoli della città.

È un’ombra enorme che copre il cielo del mio impero.

È un’ombra che dice che il re è malato e sta per morire.

Non avete bisogno di nascondervi per parlarne.

Lo so meglio di chiunque altro.

Muoio di fame, di sete e di desiderio.

Mi sentite, voi tutti che volete conoscere l’esatta natura del mio male,

Voi tutti che scommettete sul numero dei giorni che mi resta da vivere,

Voi che bisbigliate nei corridoi e vegliate sulla mia malattia con la stessa attenzione della nutrice per la carrozzina,

È di fame che sto per morire.

Chi tra voi può capirlo?

Lasciatemi.

Non mi toccate.

Non circondatemi più con le vostre cure,

Non voglio sentire né i vostri unguenti né i vostri mormorii.

Lasciate questa camera.

Che non entri più nessuno.

Che escano, le donne di cui volete circondarmi,

Le serve che assistono il mio corpo malato, che vanno e vengono nelle loro tuniche di lino bianco, a testa bassa, cambiando le lenzuola e pulendo il mio corpo.

Che escano le mie trecentosessantasei spose

Che avete fatto entrare una a una perché mi dicano addio,

Corteo interminabile di labbra carnose e falsa compassione.

Escano,

Le ho fatte mie all’epoca del mio splendore.

Volevo una donna al giorno

Per non vivere mai due volte con lo stesso viso sotto gli occhi.

Ma non sono più quello che ero.

Diteglielo.

Che nessuno venga più a baciarmi la mano.

Che nessuno venga più a tentare su di me nuovi rimedi per darmi sollievo.

Che sia sigillata la porta

Lasciatemi in pace.

Ho un invitato d’eccezione

E voglio essere tutto per lui.

Fuori.

Ho chiuso con il mondo.

Fuori,

Fuori!

Ecco.

Adesso siamo soli, tu ed io.

Guardo la tua ombra che si disegna sul muro,

La tua ombra che cresce.

So che è il volto del dio del basso, che è qui, sul muro bianco del mio palazzo di marmo.

Il volto dei morti nel caldo dell’estate babilonese

Ancora però non riesco a distinguere i tuoi lineamenti.

Non ho paura,

Puoi ingrandirti a tuo piacimento,

Riempire la mia camera intera,

Ti invito.

Sii mio ospite,

Avvicinati,

Avvicinati, so chi sei.

Sto per morire.

Presto starà a te invitarmi nel tuo palazzo.

Mi domanderai il nome dall’alto del tuo trono di quarzo,

Poi, senza dire niente, peserai la mia vita, come hai pesato quella di miliardi d’altri uomini prima di me,

E ciò non durerà né più né meno.

Io non voglio essere giudicato con l’auna della tua bilancia comune.

Io voglio di più.

Vieni,

Avvicinati.

Ti chiedi cosa desideri

E perché parli.

Ti chiedi come mai io ti veda e per quale miracolo tu mi senta.

È la prima volta, non è vero, che senti la voce di un uomo?

E questo ti lascia interdetto.

Ti lasci cullare dalla musica delle mie frasi,

Segui il mio pensiero

E questo dialogo nuovo con un uomo ti spaventa e ti incanta al tempo stesso.

Dall’inizio del mondo, quelli che vengono a te sono muti,

Ombre impaurite che camminano a testa bassa.

Tu le squadri con lo sguardo

e le porti nel Limbo.

Mai nessuno di loro pronunciò una parola.

Però è che da te non venne mai un uomo.

Erano solo cadaveri,

Corpi vuoti nei quali soffiava il vento.

Oggi tu vieni in questa camera per rapirmi come hai rapito tutti gli altri

Ma io ti parlo, tu mi senti

E resti qui, preso dallo spavento.

Non aver paura,

E avvicinati ancora.

Ti vedo male.

Una forma indistinta sui muri bianchi della camera.

Sarò paziente.

Il tuo volto finirà per delinearsi.

Guarda questo piccolo cofanetto d’oro che porto al collo.

È il mio tesoro più prezioso.

Guarda, non contiene nient’altro che poche foglie di piante seccate.

Vedi?

Lo apro davanti a te.

Sottili foglie seccate impilate le une sulle altre.

Ne porto una alle labbra e la mastico piano.

Sono foglie di morte,

Sconosciute ai mortali.

Le ho custodite su di me per tutti questi anni in previsione di questo momento.

Le mastico con lentezza

E questo sapore non ha uguali.

È grazie ad esse che io ti vedo e tu mi senti.

Sono le foglie della via di mezzo.

Le mastico ed è come non essere più vivo del tutto.

Le mastico e affronto ora la mia ultima conquista, il mio ultimo combattimento.

Alessandro è colui che vedrà la morte da vivo.

Ti racconterò ciò che fui

E tu berrai ogni mia parola,

sperando persino che non muoia troppo in fretta.

Sì, Alessandro farà impallidire il dio dei morti,

per lo stupore prima,

per l’estasi poi.

Estratto dal testo inedito La tigre blu dell’Eufrate di Laurent Gaudé, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).

Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com

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