It’s time to dance

PARIGI – 3 luglio 2014, ore 18.18

 

Simona Polvani: Che cosa è per te un corpo danzante? (Qu’est – ce que c’est pour toi un corps dansant?)

Adrien Gaumé: Quando un movimento si conquista da solo, un tempo altro si dispiega in uno spazio altro (C’est quand le mouvement se conquiert lui-même, un autre temps se déploie dans un autre espace).

 

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C’era una volta una bambina che ballava tip-tap sui due gradini davanti alla porta di casa. Una volta c’era una bambina che nel cortile di casa piroettava con braccia di gabbiano. Aveva una passione sfrenata per i musical americani, la danza classica, il carnevale di Rio con le ballerine sui carri, persino per il pattinaggio artistico sul ghiaccio, perché, anche quello era danzare. I suoi idoli erano Fred Astaire e Ginger Rogers, Shirley Temple – che imitava spudoratamente sognando una cascata di boccoli biondi al posto dei suoi capelli corti – e Carla Fracci, étoile del Teatro alla Scala, con le corolle di tutù bianchi, la grazia dell’inchino, i passi in volo.

Destino volle che il pediatra e l’ortopedico invitassero i suoi genitori a iscriverla a un corso di nuoto per un’iniziale scoliosi e non alla scuola di danza classica. I sogni quando vanno in frantumi fanno rumore. Il rumore dei suoi fu assordante.

 

 

<Time One

 

Piove, fa freddo, avrei mille cose urgenti da fare e anche nessuna, nessun’altra, intendo. Ho già studiato il percorso della metropolitana ieri sera. Da Gare d’Austerlitz fino a Couronne. Suona la sveglia. Diluvia. Mi rigiro sotto il piumone. Al Parc de Belleville, all’aperto. Proprio all’aperto.

Sono fuori casa, imbacuccata, con il piumino, le scarpe da ginnastica, una vecchia tuta di lana da scherma di una antica scuola romana. Quando esco dalla metro il vento mi getta in faccia la pioggia. L’ombrellino da due soldi si piega, si gonfia e rovescia, lo trattengo a stento. Penso che non ci sarà nessuno. Chi avrà avuto il coraggio di uscire per andare a  un training di danza butoh e di improvvisazione con questo tempo da tregenda?

Mentre mi addentro nel parco slavato, mi perdo, mi perdo ancora e infine mi ritrovo. Ostinata, come chi sa di andare al primo appuntamento con una passione negata e sepolta sotto il pregiudizio che si inizia a danzare solo da piccoli, che non si potrà mai farlo seriamente da adulti. Perché pensare che tutto debba essere fatto “seriamente”? Che cosa significa “seriamente”? Perché negarsi un piacere sottile, soltanto perché non si potrà aspirare al virtuosismo? Qual’è il fondamento di questa idea dell’arte per professionisti?

 

Trovo il maestro al riparo in una insenatura dell’amphithéâtre. È da solo. Non è venuto nessuno. Nessun altro allievo. Sono l’unica oggi. La mia prima lezione di improvvisazione e training butoh è una lezione privata, io da sola con il maestro. L’insegnante è Adrien Gaumé, danzatore e performer francese. Ci siamo imbattuti nei reciproci profili Facebook nella primavera 2013. Il suo nomadismo lo ha portato a Parigi per alcune settimane e ha scelto il parco di Belleville come luogo per i suoi training.

Mi affido a lui, alla sua guida per le due ore successive, dimenticando il freddo, la pioggia e il vento che continuano a imperversare attorno a noi. Mi affido a te, perché tu, Adrien, ti fidi di me – mi accorgerò solo a posteriori di questo patto di fiducia -, permettendo che l’essere danzante che è racchiuso dentro di me affiori alla pelle, la trapassi e si faccia movimento.

Mi dimentico persino il piede disgraziato, il mio sinistro, che mi ha tormentata con una fascite fastidiosa per tutta la scorsa estate. Mi affido e ripeto o eseguo, o libero un passo lento, che dall’appoggio di tutto il piede a terra, mi porta docilmente sulle punte. Mi sento impacciata, a volte.  L’equilibrio è precario, ma non cedo alla gravità, perché non lo voglio, perché il movimento chiama movimento, perché tu con la tua calma che sostiene mi sei accanto, dietro, davanti.

Non riesco ad eseguire un esercizio di salti con le gambe che mi ricorda gli olalai tirolesi, non subito, perché penso, penso alla coordinazione e non coordino, penso con la mente e non con il corpo. Non è la mente che può guidarmi, adesso.

Adrien scompone per me il movimento. Io provo, riprovo, all’ennesimo errore, il gesto si abbozza, si fa, perché è dal ritmo, finalmente, che mi lascio condurre.

Simona Polvani, Parc de Belleville. Photo di Adrien Gaumé.

Simona Polvani, Parc de Belleville. Photo di Adrien Gaumé.

Sono sopra a un cilindro di cemento, a qualche metro da terra, da sola. Adrien Gaumé è in basso, al suolo.  Attorno a me vedo la pioggia e vedo Parigi, dall’alto. A miei piedi, sulla piattaforma del cilindro, i resti di qualche bisboccia notturna tra ragazzi. Adrien mi invita a raccogliere ciò che vedo: un pezzo di cartone, due tappi di sughero da champagne e a improvvisare delle azioni con questi tre oggetti. Li guardo con diffidenza, perché sono sporchi, perché non sono abituata a raccogliere da terra dei rifiuti. Uno, due, tre secondi di esitazione, poi, mi chino e li faccio miei. Li accolgo, come residui di una vita altra, e provo ad ascoltarli, a entrarci in dialogo. Una volta aperta questa possibilità di contatto, sorprendentemente, i movimenti che si creano, improvvisati, sono tanto i miei quanto i loro, di questi oggetti che tengo tra le mani. il cartone diventa un vassoio in cui riposano i tappi. Il vassoio mi tira in alto, in basso, fa piegare il mio corpo di lato, in un continuo disequilibrio, mi porta sulle semi-punte. Ogni volta che cerco di imporre con la mente una posizione, immediatamente mi fermo; e cancello il proposito, per farmi portare, ancora, dal dialogo, per lasciare che il corpo si abbandoni al movimenti, diventi, sia, onda docile. I tappi cadono, lascio andare il cartone, li raccolgo e rispondendo ad alcune domande che Adrien mi rivolge, agisco ancora, forse danzo? I tappi non vogliono più stare tra le mie mani, cadono ancora, sotto la piattaforma. Scendo, graffiandomi un ginocchio, cicatrice che ancora guardo, a memoria della mia prima volta. Ho danzato?

 

 

<Time two

 

La seconda volta è una domenica mattina, il sole non è timido, per quanto la temperatura sia bassa. Il parco di Belleville è affollato. Arrivo che la sessione è appena iniziata, sono tre gli allievi, ma diventeremo cinque più Adrien. Accanto a noi, un cerchio ampio di praticanti di tai-chi. Sulle gradinate dell’anfiteatro, varie persone. Vicino, bambini che giocano al pallone.

 

Alcuni esercizi sono gli stessi, altri nuovi. Mi piace la presenza degli altri, tutti più esperti di me. Vederli. Sentirli accanto. Diventano un riferimento, quando il movimento mi sfugge, quando il mio corpo non comprende.

Ci disponiamo in coppia. Adrien ci invita a ripetere una sequenza di azioni in cui lievemente entriamo in contatto con il corpo dell’altro, con la testa, le spalle, le braccia, le mani, i fianchi, le gambe, le caviglie, con leggere pressioni, pulpe, pulpe, fino a imprimergli un movimento.

Ad ogni pressione che imprimo, ogni volta che oso toccare il corpo dell’altro, cerco di trasmettergli energia, invito quel corpo a prendere la direzione che desidera, a compiere una realizzazione. E penso allora a quando, molti anni fa, praticavo la meditazione vipassana. Provo a non imporre niente, a non pensare quel corpo-persona come una mia proiezione, ma a sostenerlo perché esso sia, anche nel lasso breve del contatto e nella dinamica di movimento che si svilupperà successivamente, ciò a cui esso naturalmente tende. Ripeto allora nella mente delle parole, ogni volta diverse, ognuna a suo modo un piccolo mantra, che sgorga spontaneo nella frazione di tempo che siamo in contatto. Provo la sensazione di avere di fronte un corpo sacro.

 

Quando la mia compagna di esercizio tocca il mio corpo, gusto la sensazione del contatto, della pressione che massaggia i muscoli e risveglia i nervi, come a tenerli tra le mani, a riscaldarli. E attendo, senza attendere, il momento in cui imprimerà un’oscillazione ai fianchi, oscillazione alla vita, per capire se cadrò, cosa sentirò, cosa proverò. E non cado, ma vibro e ondeggio, felice.

 

Adesso, a turno, uno di noi è al centro e gli altri, tutti assieme, lo toccano, lo sfiorano. Lo tocchiamo, lo sfioriamo. Ed è un gioco di pressioni e di tensioni, tra movimento impresso e movimento accompagnato, perché ogni punto toccato è messo in movimento e insieme fermato, fino a quando, uno ad uno, le mani scompaiono – non tutti assieme, ci ripete Adrien, sarebbe troppo traumatico, uno per volta – e la persona, il corpo solo, protrae il movimento, fino al momento in cui, privo ormai dell’impulso energetico trasmesso dalle mani altre, si spegne.

Rivedo il corpo portato danzante nello spettacolo La natura delle cose di Virgilio Sieni.

 

Quando tocca a me, chiudo gli occhi e lascio che gli impulsi agiscano. Non appena tutti mi hanno lasciata sola, il corpo disegna qualcosa nello spazio, il corpo, non più timido, abbozza una danza.

 

Usciamo dal parco per andare a fare una performance per la strada. Adrien individua un possibile sito. Si tratta di uno spiazzo recintato, adiacente a un palazzo in costruzione. È un luogo in cui è vietato l’accesso, per motivi di sicurezza. Uno degli allievi, l’unico uomo oltre ad Adrien, decide di non partecipare, preferisce rimanere all’esterno e fotografare. Partecipo? Sì? No? Sarà la mia formazione giuridica o il rispetto estremo che ho per la legalità, che mi portano a riflettere. Alla fine, decido di infrangere per una volta un divieto. Adrien ci fornisce delle indicazioni. Uno dietro l’altro dobbiamo entrare dentro la recinzione, disporci in modo frontale, poi andare uno per uno verso il centro, compiere un’azione e tornare indietro, al punto di partenza. Adrien è con noi. Mi stupisco di come non mi senta impacciata, né ridicola, né trattenuta, per quanto inesperta, nel prendere il passo e fare, assumere delle posizioni, liberare un’azione, un gesto, rapportarmi agli altri, ai loro corpi, alle loro azioni, non essere sola, solitaria.

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<Troisième fois

Della terza volta lascio l’immagine di me che giro attorno al corpo di Adrien disteso a terra, cercando di disegnarne la figura e di non calpestarlo. Mossa dal rintocco lungo del mezzogiorno delle campane di una Chiesa vicina, giro sempre più velocemente, come in tranche, per decelerare con lo spegnersi del suono, e priva dell’impulso, fermarmi, immobile, inerte e viva.

 

 

////////////// – PAUSA

Verde

 

Verde ho visto nel tuo sguardo

Mentre il tuo passo

Respira

Ricalcando il mio 

Lontano

 

Orme si inseguono vibranti

Tra foglie fracassate

pietre di vetro innocuo

che dall’orecchio muovono

le ciglia sigillate

i nostri corpi danzanti

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< Quarto movimento

Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili (Seneca)

Non sapevo, se non per qualche lettura, peraltro poco approfondita, che cosa fosse il Butoh. Prima di partecipare ai training, nel tentativo di averne un’idea visiva, avevo guardato su youtube alcuni video di performance realizzate da danzatori occidentali. Non mi avevano colpito molto favorevolmente. C’era un’estetica della morte che mi spaventava, una nudità parziale del corpo codificata che mi appariva come un compromesso con un senso del pudore superato.

Non sapevo e non so neppure adesso, davvero, che cosa sia il Butoh e che cosa sia Butoh. E non affronto in questo contesto un discorso sulla pratica, dal punto di vista della forma e dell’estetica.

Le esperienze raccontate, a cui ne sono seguite altre e anche di altre pratiche di danza, mi hanno però dato il sapore dolce della possibilità di disseppellire un desiderio antico e di riattualizzarlo, rendendolo comunque vitale con il mio corpo e il mio sentire di oggi. Se non sarò mai infatti la bimba in tutù che sognavo, ho potuto però scrivere, oggi, con la memoria delle visioni anche performative sedimentate nel mio sguardo, una mia traccia di performance.

Ho riallacciato legami con esperienze del passato, abbandonate perché troppo rigide e prescrittive, mi sono posta di nuovo alcune domande, tra cui: che cosa è la danza? Che cosa è danza?  e reinvestendole di gioco e del piacere di fare e di creare a partire dal corpo in base all’improvvisazione, ho potuto trovare altre risposte, vincendo dei limiti, spesso autoimposti, per scoprire che i desideri si possono riscrivere e che si è ciò che si vuole essere, anche un corpo danzante.

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